30 aprile 2013

TREGUA

Resa. Almeno per un po' devo calmarmi. Un collega rischia il contratto da collaboratore esterno. La responsabilità è senza ombra di dubbio mia. Faccio male alle persone. Senza volerlo ma tant'è. La storia è complicata e noiosa da raccontare. Per sommi capi eccola.
Insegno con uno stile che non è apprezzato, troppo indulgente e inclusivo, emerge dalle rade chiacchiere con colleghi benpensanti. Mi apprezza il collega di nuovo acquisto e lo da a vedere. Gli dicono di starmi lontano anche perché "ha bisogno di lavorare". Brutta faccenda.
In particolare, stavo dando il meglio in ambiziosi incontri collegiali con giovane psicologa di scuola freudiana. Ci vado a nozze nel renderle la cosa una specie di calvario, dato che la committenza, tutta interna, è presente agli incontri. I cortocircuiti che si creano sono davvero esilaranti.

Mi piace soprattutto il senso figurato della parola. E' l'ultima delle definizioni, quella relativa ai rami e alle piante.

Qualcuno l'ha presa  male e la ritorsione è questa: colpire il collega per colpire me. Centro. Spiace. Per tutta quanta la faccenda che mette in primo piano una serie di annose questioni. Figure di sistema senza titolo, pettegolezzi da parrocchietta di paese che avvelenano  il lavoro quotidiano, mancanza totale di autovalutazione di istituto. L'unico strumento partorito l'audit per la qualità.
Un noioso ma zelante ingegnere mi ha fatto squadernare tutte le carte. Visita non annunciata ovviamente, ma prevedibile visto il clima da guerra non troppo fredda. Nulla da eccepire, tranne la mancata consegna di indicatori interni non ancora compilati. Cosa da poco. Non si sa come farmi saltare, infatti risulto granitico. Ne parlerò ancora, adesso basta. Mi interessano soprattutto il concetto di onestà, trasparenza e responsabilità dei comportamenti. Mi rendo conto che scrivo dei macigni. Li renderò leggeri. Promessa.

27 aprile 2013

CASA MARE

E' tempo di brevi ponti vacanzieri. Mi butto al mare, verso spiagge consuete e riparate da viste abbondanti di turisti annoiati. Tempo incerto e mutevole tipico della stagione. Paesaggi consueti rischiarano l'anima e rassicurano sulle cose da fare e decisioni da prendere.
A breve si torna a scuola per l'ultimo rush finale. Intanto gusto le prodezze di giovani nuotatori che incuranti del freddo e dell'acqua a temperatura ancora sconsigliabile, si tuffano e nuotano senza ritegno. Nemmeno l'ombra di pelle d'oca. Beati loro. Vorrei buttarmi anch'io ma ho freddo e mi chiudo più sicuro nella mia giacca ancora invernale. Ci saranno tempi migliori per bagnarsi in acque meno fredde.
Le nuvole si accalcano e presto piove. Trattasi di nubifragio. Acqua dappertutto. Dal cielo, dai tombini, dai fiumacci resi torrenziali da un acqua battente e irriducibile. Acqua. Si pensi a chi non l'ha per niente. Meglio annegati o prosciugati? Non riesco a immaginare morire di sete, respingo le possibili immagini. Preferirei, se proprio si dovesse, morire annegato, magari sperando fino all'ultimo di farcela.
Ho portato con me letture interessanti di cose orecchiate e poco studiate. Si parla di intelligenza emotiva e formazione. Mi piace pensare che il  mio fare non si riduca solo a raccontare Dante e compagnia cantante. C'è dell'altro che a volte noi stessi ignoriamo che parla all'anima ( o a quello che si immagina ci sia, un io superiore dicono Autori laici) dei giovani che alleniamo. A volte sono loro che ci fanno crescere e spingono perché mobilitiamo energie e risorse che appaiono per loro, ma che in relatà servono di più a noi. In fondo un insegnante che parla dei suoi alunni o della sua classe, credo parli invece di sè. Quest'ultima riflessione è una citazione non è roba mia.


Giuseppe Sacheri, Mareggiata al plenilunio, 1912 circa, olio su cartone.

7 aprile 2013

PICCOLI MOSTRI QUOTIDIANI

So che sto via da molto. Chiedere pazienza è complicato. Ma provo uguale. Non so se torno in via definitiva. Provo a impegnarmi in aggiornamento almeno bimensile. Per me è difficile, faccio fatica a mantenere gli impegni che richiedono impegno appunto. 
Ho una vita complicata e impegnarsi, cioè tra le cose mantenere date e scadenze, risulta complesso. Capitemi se potete. Comunque continuo a insegnare. La scuola pone nuove questioni legate ad attività di mobbing e bossing variamente esperite. E' un gioco al massacro e i più deboli stanno davvero male. Per ciò che mi riguarda, osservo ciò che mi accade intorno e mantengo il mio equilibrio. Non è per me difficile per diverse ragioni. a. sono vecchio e quasi nulla mi sposta b. ho energie dislocate su molti fronti, a differenza di colleghi per i quali la vita è la scuola c.credo di vedere le persone coinvolte per quello che sono, squallide, meschine e frustrate d.è difficile che dinamiche relazionali "esterne" mi coinvolgano davvero. In sostanza, non mi interessa. Ma mi dispiace. Soprattutto considerando che anch'io sono coinvolto.
Non so bene come sia accaduto, ma tant'è. Il trucco sta nel concentrarsi nel lavoro. I ragazzi sono l'unico motivo del mio essere dove sono. E ' una specie di stella polare. La seguo, non ho paura, la strada è sicura.
In più, posseggo un'arma segreta. L'ironia su tutto e tutti che spesso vira allo sberleffo, alla presa in giro scanzonata, all'iperbole dissacrante. E' tutto molto divertente e mi spiace per chi non riesce a ridere di se stesso e del mondo intorno. Io lo faccio e sto bene. Parto sempre da me stesso. A proposito, ho dovuto mettere un apparecchio ortodontico, sì proprio quello che hanno gli adolescenti. Gran successo di critica e di pubblico. Ne avrò per parecchi mesi. Mi sento davvero un giovine inquieto. Se mangio tanto salame e cioccolato e mi escono anche i brufoli, potrò mimetizzarmi tra i miei allievi. E chi mi trova più?


Girolamo da Carpi  Opportunità e pazienza, 1541.
 p.s. Ringrazio i 7499 visitatori. Non so se leggono, passano per sbaglio o guardano solo le figure. Va bene in ogni caso.

28 giugno 2012

IMMAGINO NEVE

Caldo africano. Credo quasi 40 gradi. Molto umido, poca aria. Metropoli in via di dissolvenza causa eccesso di temperatura. Passanti come fette di prosciutto tra asfalto sciolto e cielo incombente con scarso ossigeno. Il colore del cielo è slavato, come se la calura l'avesse scolorito con qualche incantesimo. Inutile dire come sia arduo dormire. Non tanto per il caldo, ma per l'ossigeno che sembra meno a  causa di esso. E quindi immagino neve. Candida, soffice, a larghi fiocchi densi come frittelle di mele. Ricopre i tetti di una qualunque città di montagna che immagino la mia. Attutisce i rumori, smorza la velocità delle macchine, attenua i suoni intorno. Nulla rompe l'incanto. Le macchine sembrano immensi regali natalizi ammantati di bianco, quel bianco poi che riluccica al chiarore dei lampioni o della sera che si annuncia con sparsi fanali. E inatteso arriva il freddo, leggero e insistente come una piuma passata sotto i piedi. E mi addormento, felice tra i fiocchi di neve che atterrano inconsistenti sul lenzuolo dalla finestra rimasta aperta. La zanzariera, magicamente, non li trattiene.



 Neve a Giverny (Claude Monet Parigi 1840 - Giverny 1926)

26 giugno 2012

FINALE DI PARTITA

Eccoci alla fine di quest'anno scolastico. Fatti gli scrutini, finiti gli esami. Tutti fuori. Molti al lavoro, qualcuno in vacanza. Altri rimangono in città, smuflonati fino a ore improbabili del mattino. Attendono la sera, come gechi sui muri della metropoli che li aspetta a braccia aperte. Torneranno ai letti loro o di altri in ore assurde, per ricominciare il giorno dopo. Fatti di alcol o di droghe diverse, storditi e invecchiati anzitempo. Caldo che non aiuta, amori estivi che sbocciano nello spazio di un'estate. Esauriti già con l'autunno, alcuni disperati altri voltano immediatamente pagina e ricominciano con qualcun'altro. Indiffererente chi, li muove solo la ricerca di un attimo di calore, anche fugace e inconsistente come una nuvola di passaggio. Non importa. Alcuni covano amori senza speranza, gli ultimi dei romantici. Spiace. Il fatto è che non gli piaci abbastanza. Ma nessuno lo dice.

Krzysztof Iwin - Credo sia un artista polacco nato nel 1974. Ho scarse notizie. Il quadro è intitolato NOIA.


*smuflonati -  evidente  neologismo sta ad indicare lo svacco totale a cui si abbandonano i giovani in momenti di noia. Si rimpinzano di junk food fino a scoppiare, guardano senza sosta la tv, dormono, fumano, bevono,  ridormono...


28 gennaio 2012

ANCORA QUI

E' un po' che manco. Impegni familiari mi hanno tenuto  altrove. Spero di sdoganarmi nell'arco di un anno e mezzo ancora. Ho poco tempo e poche energie residue, ma è bene per me tornare. Ho cambiato scuola, altra parte della città, meno risse, più fumo che gira tra ragazzi ignari di se stessi e di cosa si muove intorno. Insegno ancora italiano, per quel che significa.
Chiedo scusa ai lettori per non esserci stato in questo periodo, ma è stato meglio così. Riprendo a scrivere dopo molto tempo, probabilmente non sarò molto brillante, spero di non annoiare troppo. Ho amici che premono per leggere, non mi va più di fronteggiarli, mi costa meno ricominciare a scrivere, anche se non so quanto intensamente. C'è di buono che nessuno ha obbighi. Nè io di scrivere, nè altri di leggere. Libertà per tutti. Condizione ideale di relazione perfetta. Sempre che una relazione perfetta possa esistere. Se la potessi disegnare la vorrei così: serenità, calma, lentezza, libertà, tenerezza e calore. Si vuole sempre troppo.

*Il sonno del poeta Irene Salvatori - pittura contemporanea. Mi pare bello, anche se non solo non sono poeta, ma nemmeno mi piace tanto la poesia. http://www.irenesalvatori.com/

Sono calmo e piuttosto lento, i ragazzi si infastidiscono. Loro corrono, sono sempre accesi e vorrebbero che anche tu andassi a fuoco con loro. Io non li seguo, ma fingo a volte un'energia che mima pateticamente la loro, vera e inossidabile.
Ragiono sull'onestà e la trasparenza dei comportamenti, vi dirò in altro post, ora sono stanco.




27 gennaio 2012

IL GIORNO DELLA MEMORIA

Se ne parla in classe. Molti non sanno nulla, altri accennano a frasi offensive verso il popolo ebraico. Gran confusione di idee e scarsa sensibilità generale. Mi impegno in una specie di spiegazione. Vorrei far capire che in ognuno di noi sta un pezzetto di ebreo, ma anche un pezzetto, si spera trascurabile, di aguzzino nazista. Parlo della Shoah, provo a spiegare che il significato di sacrificio non esaurisce la comprensione del dramma storico che è avvenuto. Chiedo se qualcuno è di famiglia ebraica o ha avuto parenti deportati. Tra tutte le classi, solo una mano si alza. E' D. che parla del nonno deportato a Treblinka. Si salvò perché suonava il violino. L'indifferenza mista a insofferenza della classe è agghiacciante. Mi chiedo cosa resta in questi cuori e cervelli del terzo millennio di ciò che è stato. Mi chiedo anche come possiamo noi aduti, a nostra volta senza esserne stati testimoni, essere credibili nel "raccontare" quello che è stato. Forse l'indifferenza che vedo è la mia. Troppe informazioni storiche, che poco lasciano all'emozione e ai sentimenti, fanno dire in modo inappropriato, sicuramente inesatto, questa pagina buia. Oggi non mi sento un buon insegnante.

2 novembre 2010

FALSI FILOSOFICI

La mia vita è eroica, e non si può valutare con un metro da filisteo o con il cubino del bottegaio, né con una misura proporzionata alla gente comune, che non vive altra esistenza se non quella individuale, limitata a un breve lasso di tempo. Per questo non devo turbarmi se penso a quanto mi manchi ciò che fa parte della regolare vita dell'individuo: ufficio, casa, vita sociale, moglie e prole. L'esistenza degli esseri comuni si risolve in questo.
Arthur Schopenhauer

Invece gli eroi sono intorno a noi. E non li vediamo. Quelli che giorno dopo giorno, si alzano, si vestono, si sfiniscono al lavoro. A volte la loro vita sociale è così inesistente che un monaco certosino sembra abbia vita più dinamica e interessante. Non ci sono soldi, tutto va nelle spese fisse per vivere in una città che chiede molto e dà pochissimo. E poi i figli, pozzi senza fondo di altro denaro e moglie che spesso non ha un lavoro. Stanno in piedi a fatica, si traballa e si cerca di non mollare. Non tutti ce la fanno. In classe alcuni allievi sono orfani. E' come se il denaro costituisse una specie di cuscinetto anti depressione che molti non posseggono. O forse si è abituati a standard da mondo opulento e tanti si sentono poveri anche con tre televisori. Quanto conta la cultura in questo gioco per la vita non è dato a sapere. Spesso si rincorre come parte di uno status sociale necessario a farci sembrare migliori degli altri. Andare al cinema, in vacanza, semplicemente fuori porta è per molti invece un miraggio. Si sta a casa a lessarsi il cervello con una tv spazzatura che di più non si può. Leggere è fatica e dopo una settimana di corsa il più ha voglia solo di riposare e non pensare a nulla. Immagino ci sia un disagio sociale più intenso di quello che appare. Non sembra così diversa la vita dei professionisti che saltano da un briefing all'altro, prendono aerei al volo per non perdere un incontro irrinunciabile. Spesso mantengono due famiglie, la seconda costruita sui cocci della prima.  Intorno ai 50 anni è come se improvvisamente il velo che ha coperto gli occhi si squarci e renda edotti della fine che attende. Si teme sia vicina e alcuni fanno cose di cui forse si pentiranno anche, ma nel frattempo le fanno comunque. C'è chi a 50 anni ricomincia con i pannolini, non contento evidentemente dei figli che ha già. Ma perché poi. Forse è solo la pioggia incessante di questi giorni che  fà leggere solo l'opacità del chiaroscuro che è intorno. Per il chiaro attendo il sereno.

17 settembre 2010

STILI

Avvisaglie di potenziali problemi. Già i primi giorni due allieve si sono accapigliate. Per fortuna fuori dalla scuola. Si sono messe le mani addosso senza farsi male, ma offrendo sicuri messaggi di attacco e sfida. Di contro, in aula sono più atarassico del solito. La mia calma fà imbestialire molti allievi. Non capisco il motivo. C'è chi mi rinvia che ce l'ho di certo con lui. Faccio presente il mio tono di voce e le parole che uso con attenzione. Chi mi sta di fronte in genere è alterato. Rossi in viso, voce sopra alle righe, parole improprie. Forse il fatto che nulla mi smuove non pare vero. Mi interrogo sulla spontaneità del mio modo di fare. Non ho nulla da rimproverarmi. E' una mia dimensione. Ne sono certo. Forse lo diventa di più quando fuori è evidente tempesta. Non so dire. Invito anche gli allievi alla calma. Parole che scendono come acqua su un'oca. Ma io rilancio e continuo con il mio stile abituale. Che poi non è sempre uguale. Mi capita di chiamare con voce più alta del solito qualcuno che bighellona in corridoio o di alzare il tono in classe. Faccio attenzione che sia sempre di poco. Non amo la protervia, il peso che potrei dare al ruolo con piccoli atti di arbritarietà quotidiani. E' come se desiderare serenità intorno fosse colpa grave e cosa da conquistare e imporre. Forse è così. E forse spiego meglio l'impulso naturale di tornare a casa il prima possibile. Fuori dalla bolgia, dal rumore, dal traffico delle strade. Dal caos del mondo. Ragiono sulla vulnerabilità e sull'apparire inermi. Comportamenti che i  miei allievi non conoscono o non riescono ad agire. La maggior parte di loro gira spesso mentalmente armata e pronta all'attacco, verbale o fisico. Altri subiscono. In ogni caso sono comportamenti estremi che andrebbero ricalibrati. E' come non esistesse tra loro chi per natura sia mite e benevolo. E riuscisse a mantenerla. Forse è così anche nel mondo degli adulti . Loro non possono che scimmiottare ciò che vedono. Nel farlo può essere che esagerino. O no.

15 settembre 2010

LETTURE ESTIVE

Non disprezzate la sensibilità di nessuno. La sensibilità di ognuno è il suo genio - Charles Baudelaire

Arrivano. Sparsi come nugoli di mosche a fine stagione. Già stanchi ancora prima di iniziare. Sono gli allievi della scuola professionale dove insegno. Un altro anno formativo è cominciato. Un altro di fatiche spese a fare non sempre si sa cosa. Li accogli. Con la tua faccia rassicurante e modi zen che interpreti da anni. Ci si crede talmente che si pensa che quell'apparenza appartenga davvero. Forse è così. La dimensione della quiete, della pace, dell'armonia dell'ambiente è quella che sento che più mi appartiene. Non sempre è possibile agirla o riscontrarla intorno. A scuola ad esempio, è difficile. I ragazzi sono perlopiù sguaiati, rissosi, parlano a voce alta e gridano. Anche solo per salutarsi. Riportarli a dimensione di vita più civile è spesso cosa ardua. Con il pretesto di fornire brandelli di conoscenza, si fà. In una classe propongo un test d'ingresso banale. In breve il compito è esaurito. Correzione collettiva a cui faccio seguire domande su presunte letture estive.  Risposte imbarazzanti. F. si avvicina alla cattedra, perché parlare davanti a tutti la mette in imbarazzo. Ha orecchini lunghissimi che terminano con un'enorme farfalla, una profusione di braccialetti di mille colori  e forme le riempie i polsi. Una collana con un grosso cuore di porcellana  adorna il collo sottile. Trucco leggero e piercing al naso concludono l'insieme. Mi dice che ha iniziato a leggere Se questo è un uomo. Non è riuscita a concluderlo per l'ansia che le procurava. Ricorda di quando la scuola media ha organizzato una gita in Germania. Tour dei campi di sterminio compreso. Anche allora era stata male. La ascolto e le suggerisco di sforzarsi ad andare avanti nella lettura intrapresa. La vita è fatta anche di questo. Non abbiamo più a che fare con i campi di sterminio o con possibili deportazioni. Ma. E poi mi fermo. Non so più come dirle che comunque l'esistenza è a tratti assai complicata. Meglio iniziare ad avvicinarla nei libri, se possibile. Prima o poi a tutti accade qualcosa di poco spiegabile, che colpisce come fucilata. Un lutto, una perdita, una malattia, un qualcosa che può assumere forme diverse per ognuno. Ma ognuno di noi sa. Cosa fà più male, cosa arriva davvero a massacrare il cuore. E allora che si fà. Conoscenza, cultura, risorse intellettuali spese a fronteggiare un'onda anomala che colpisce inesorabilmente. Occorre uscirne, pena la morte esistenziale. Non sempre è facile. Per alcune sensibilità, come quella di F. che mi fissa con sguardo acquoso, forse è impossibile. Mi sforzo di indicare sentieri, percorsi praticabili per affrontare la vita e le sue sicure difficoltà. Parlo di teatro e maschere. Non riesco a dire quanto sono convincente.

13 settembre 2010

TRAGEDIA E MASCHERE

In casa del mio amico accedo sempre a cose interessanti. Da una parte, un libro di disegni. Il  soggetto è  lo tsunami  che ha colpito lo Sri Lanka del 2004. Dall'altra, una maschera carnascialesca di fattura artigianale. Il contrasto è pazzesco.  I dipinti sono di ragazzi del luogo che hanno messo su foglio le loro emozioni più autentiche. La tragedia azzera evidentemente la finzione, la maschera. Anche nei fanciulli. I colori sono scuri, a tratti cupi;  i volti, spesso disegnati nei particolari, mostrano terrore e spavento smisurato. Il mare è un po' in tutti i dipinti: onde, come cascata, invadente, scomposto nei colori. Le barche sono come gusci di noce in balia di onde variopinte. Le persone sono raffigurate nei dettagli. Molte le braccia alzate verso il cielo. Occhi grandi, nessun sorriso sul viso di nessuno, figure in movimento, spesso in fuga. I disegni sono nitidi, nessuna incertezza nel tratto o nel colore utilizzato. Molti hanno scelto di raffigurarsi in salvo, come poi è stato. In altro modo non si spiegano i dipinti. I ragazzi non hanno dato titolo alle loro opere. Lo hanno fatto per loro i curatori del volume. Penso che se ne potesse fare a meno. E' raro vedere quadri così eloquenti. Come se provare emozioni, sentire il dissiparsi degli affetti, delle persone care, sia stata una cosa sola con il dare forma al disegno. Si è davanti a qualcosa che azzera la menzogna, l'inganno, gli specchi ipocriti a cui spesso si rinvia nella vita di tutti i giorni.  Come le cose sono e come appaiono.


In alto, in posizione evidente, ma defilata, una maschera di carnevale. E' un calco di gesso bianco;  naso sottile, le aperture degli occhi a mandorla sormontate da due losanghe azzurre intenso. Una piccola bocca  arcuata in un sottilissimo sorriso enigmatico è dipinta del medesimo colore. Leggeri rami fioriti della medesima cromia, sopra un occhio e sullo zigomo opposto. L'insieme è affascinante e inquietante allo stesso tempo. Il fascino è dovuto all'ignoto. Ciò che non si conosce ammalia. La maschera poi è umana, si sottintende un soggetto in qualche modo simile e avvolto da mistero profondo. Un io chiaramente teatrale, si nasconde, si camuffa e prende forme inconsuete. Chi non ne viene attratto. L'inquietudine credo sia dovuta all'impossibilità di definire, cogliere un qualsivoglia significato che dica una verità che forse non c'è. O se c'è è così nascosta che risulta inattingibile. Da cui la maschera appunto, che nasconde, protegge e spesso falsifica l'essere. Così l'individuo non si svela, non offre il fianco  a chi vuole avvicinarsi troppo. Ognuno si è specializzato a non mostrarsi per ciò che è. Si ha a volte più o meno consapevolmente la netta sicurezza del poco che siamo. Per questo avvicinarsi e avvicinare in modo autentico impaurisce. Nessuno lo fa con leggerezza. Infatti, spesso si preferisce una distanza che protegge. E' come se in un mare in cui veleggiano una moltitudine di barche, diverse per dimensione, foggia e colore, una di queste lanciasse una cima per avvicinarsi a un'altra. Molti lo descriverebbero come atto di pirateria. Forse lo è.

- L'immagine riporta alcune tipologie di cima nautica. Servono sulle imbarcazioni per diversi scopi. Si differenzia inoltre la cima buona da quella cattiva. In un cavo aggomitolato a successive spire, l'una sull'altra, s'indicano così, rispettivamente, l'estremità libera, che rimane al di sopra di tutte le spire, e quella di sotto.

11 settembre 2010

GENTE E CASE

Sono di nuovo in terre di confine. Per andare dal mio amico percorro una strada poco agevole, stretta e pericolosa.  La via è segnata sulla sinistra da una grande casa che appare disabitata. E' una specie di bicoccca giallastra, diroccata, attaccata dal tempo e dall'aria umida del luogo. Davanti la ingentilisce un alto pino argentato, ricco di frasche e sempreverde. C'è un che di malinconico nell'insieme che conferisce fascino alla dimora, abbandonata, insieme all'evidente vitalità della pianta. Penso a un mio vicino di casa. Un uomo ormai avanti negli anni, abita una casa trascurata e sporca. Nel quartiere si è procurato una pessima fama, per il suo carattere introverso e rissoso. Se qualcuno occupa il posto macchina che reputa suo, non esita a rigare fiancate e bucare gomme. Bestemmia spesso tra sè e sè e traffica con pezzi di lamiera giorno e notte. Non si capisce se si tratti di un lavoro o di un eterno trasloco. Soprattutto di notte, l'uomo procura baccano a nonfinire, con il suo andare e venire da un cortilaccio interno alla sua dimora. A volte compare la polizia per  controlli. Ma uno dei giorni scorsi l'ho visto per caso appoggiare due rami di lauro sulla finestra di altra vicina anziana, a sua volta schiva e solitataria. Il gesto era gentile e delicato. La gente. Ci pare in un modo, inequivocabile e chiaro. Poi però, effetto speciale. Alcune case in ogni modo assomigliano a qualcuno che crediamo di conoscere. A volte è così, altre ci stupiamo.

10 settembre 2010

PROSPETTIVA

A scuola faccio il giro dei locali. Sembro un cane che annusa angoli conosciuti. Usuale sigaretta alla finestra del fumoir. Rivedo il fiumaccio che scorre dalla città verso un fuori che non so dov'è. Nella luce settembrina non sembra così inquinato come il solito. Nei pressi di uno degli orti familiari, riconosco il lavandino che il proprietario ha cercato di tirare in secco prima dell'estate. E' ancora lì, immerso nell'acqua, ricoperto di melma verde. Altri dettagli, prima non evidenti, si stagliano contro la mattina inoltrata. Un lampione, un manichino di donna sospeso di traverso, giochi per bambini che non so identificare. Oltre le cose, riconosco  un albero di fichi con frutti quasi maturi. Riappare l'anziano, oggi è vestito. Il caldo non incalza più. Con gli abiti pare più giovane e spende energie a mettere a posto aiuole di insalata e altri ortaggi. Porta un cappellino con visiera blu e pare un addetto al pit stop in qualche circuito secondario. Ha energia, movimenti lesti e definiti. Nessuna incertezza fa trapelare l'età avanzata. Si muove con perizia tra i bassi ortaggi coltivati. La mano è sapiente di chi conosce la terra. Il lavandino può evidentemente attendere. Oggi raccoglie insalata e pomodori maturi. Da altre finestre invece si può vedere un condominio con piscina. Pare di avere avuto accesso ad altro pianeta. Invece ho solo cambiato l'infisso da cui osservo.

9 settembre 2010

SETTEMBRE

Il Sole, nel suo moto annuo lungo l'eclittica, al momento dell'equinozio d'autunno (verso il 23 settembre) viene a trovarsi esattamente sull'equatore celeste nel punto della Bilancia.



C'è un bel freddo. Dopo temporale serale e notturno, le ore della prima mattina invitano l'autunno pieno. Cielo terso, il vetro della macchina appannato. Sto in maniche corte e senza calze, dentro calzature ancora estive. Non mi dispiace. L'aria è frizzante e tutto odora di appena lavato. Si avvicina l'equinozio di autunno e il parco che costeggio ogni mattina sembra aspettarlo. E' una stagione che mi ha incantato da sempre, questa che si apre con settembre. Sarà che ci sono nato. Saranno i ricordi di quando si riprendeva la scuola il primo ottobre e settembre era ancora vacanza. Sarà il fogliame urbano che inizia ad ingiallire in tavolozze spettacolari. Non so dire. Settembre mi mette addosso un'energia come mai in nessuna parte dell'anno. Mi piace questa stagione. Venti improvvisi, aria brillante di piogge intense, odore di umido nell'aria nitida e pura. Si respira anche in città, dove di solito si boccheggia. Dura poco, giusto un mese circa. Ma finchè è settembre, ogni cosa sembra nuova, anche se si prepara il sonno invernale. In un attimo poi si è a natale, con il freddo e l'aria pungente. Dormo persino meglio. Le coperte pesanti aspettano riposte in armadio adatto. Basta un plaid leggero.
L’equinozio d’autunno sarà a breve, intorno al 20 del mese. E' il momento dell'anno in cui il giorno e la notte hanno la stessa durata. Poi le giornate incominceranno a sembrare più corte. Forse lo sono. Ma quel giorno i raggi del sole colpiranno perpendicolarmente l’equatore. Il globo sarà illuminato allo stesso modo, il sole sarà allo Zenit sull’Equatore. L'equinozio d'autunno è anche chiamato Punto della Bilancia. Mi sfugge il motivo. In ogni caso è il mio segno zodiacale, qualunque cosa possa significare.


- Lo Zenit, è l'intersezione della perpendicolare al piano dell'orizzonte passante per l'osservatore, con l'emisfero celeste visibile. E' quindi il punto sopra la testa dell'osservatore. Il punto diametralmente opposto è detto Nadir. Zenit e Nadir sono i poli dell'orizzonte.
La parola è di derivazione
araba.

7 settembre 2010

COME SI DEVE ESSERE

Vado a scuola. Seguo percorsi abituali e il pensiero sta comodo per i fatti suoi. Non mi devo impegnare a riconoscere strade che già so. Ho la mente talmente altrove che con gesto automatico prendo le chiavi che aprono la porta del luogo di lavoro. Apro. Come una fucilata, mi sorprende l'allarme che scatta impietoso riconoscendo un intruso. Non ho le chiavi per il disarmo, non le ho volute. In genere, trovo colleghi più mattinieri di me. L'allarme è cosa recente. Dopo ripetuti furti all'interno dell'edificio e scasso nei locali scolastici, la direzione ha pensato di investire in un sofisticato sistema anti intrusione. Mi pare di averlo collaudato bene. Dopo qualche minuto di rumore assordante, si placa. Non mi sono spaventato per nulla, ma molto irritato per la sventatezza del mio comportamento. Telefonata di rito al direttore per dirgli che ero stato io a far partire il sistema, non si preoccupasse. Mi sembrava più preso dal sonno che gli ho sicuramente interrotto. Attendo fuori dalla porta collega dotato di chiavi disarmanti ed entro anch'io. Mi sento uno straccio. Dormito poco e male. Ragiono su come si dovrebbe essere e non si riesce. Sicuri, riposati, sereni, sociali e con idee chiare e fulgide come specchi al sole. Invece. Siamo mutevoli, introversi come animali notturni, difficili da avvicinare e complicati nei rapporti con gli altri. Contorti come labirinti, si stenta a riconoscere se stessi in costanti che non ravvediamo, nemmeno ad attento esame interiore. In questa spesso vana indagine, acquistano rilevanza cose minime.
Oggetti insignificanti che in qualche modo rinviano alla nostra storia e danno un senso a noi stessi. E nella nostra storia ci ritroviamo, impariamo quello che siamo e cosa possiamo diventare. Anelli sottili come seta compongono ricordi mnimi che ci hanno forgiato. Siamo quello che siamo, a partire anche dalle cose di cui è disseminato il nostro passato. Gli oggetti aiutano. A ricercare un modello di vita praticabile che tutti, consapevoli o no, bracchiamo di continuo. Non si pensi agli oggetti come possesso, brama di qualcosa da esibire per potenziare la fama sociale. Si pensi agli oggetti come traccia del passato, il nostro. Oggetti che dicono dell'infanzia, di affetti perduti ma che erano. Di un'indubbia crescita che ci ha accompagnato. Oggetti che rinviano ad altro, simboli di qualcosa che ci compone e definisce. Oggetti che lottano contro l'oblio che incalza e che spinge in avanti, azzerando lo spazio temporale. Il rischio è la dissolvenza dell'anima o di quello che si percepisce in modo vago nel nucleo nascosto di se stessi. Anche i sentimenti si affacciano attraverso gli oggetti, più spesso attraverso la scia che essi hanno lasciato nel nostro percorso. Uno di questi per me è un vecchio cavalletto da disegno professionale. Me ne fece dono mio padre. Avrò avuto all'incirca sei o sette anni. Era più grande di me e si spalancava in modi misteriosi. Aperto, assomigliava a una gru incombente su di me bambino. Facevo fatica a tenere in mano pennello e tavolozza per arrivare alla tela. Mia madre non approvò quel regalo, per lei inappropriato alla mia età acerba. L'oggetto è rimbalzato fuori da una cantina polverosa e disordinata. Credo fosse più di trent'anni che non lo aprivo. Le cose hanno una loro forza, sanno presentarsi quando meno le aspetti. E' come ci fosse una loro sapienza che sfugge, ma che segue logiche perfette. Ho ritrovato sulla tavolozza chiusa, all'interno del cassetto che fa parte dell'arnese, vecchie intense macchie di colore. Emergono vistosamente cromie blu e verdi. Sono opache, ma al contempo nitide, su un legno ormai invecchiato e cupo. E' una sicura parte di me.


6 settembre 2010

IN MORTEM

Arrivo a scuola. Baci e abbracci di prammatica. La sensibilità, si sa, non è cosa sociale. Lo zelante collega mi dice al brucio che V. è morta. Era un'allieva adulta dei corsi pomeridiani. Corsi per figure professionali umili, ma necessarie, a quella specie di fabbrica che prende il nome di ospedale. La ricordo bene. Passo agile e leggero. Età indefinita dietro una silhouette sottile e veloce. Non era giovane e stupiva quel suo essere in un gruppo classe di persone molto più giovani di lei. Occhi marini, plasmati dalla ridente cittadina litoranea da cui proveniva. Capelli di un rosso improbabile incorniciavano un viso di porcellana senza rughe visibili. Restava l'incongruenza bizzarra di sopracciaglia disegnate a matita. Il portamento era altero, quasi da regina capitata per sbaglio in un regno sconosciuto e non suo. Avevo accettato io la sua iscrizione al corso. La ricordo bene, anche per una presenza in classe molto attiva e intelligente. Si soffermava volentieri in digressioni colte. Mi chiedeva di continuo consigli di lettura e film d'autori francesi. Le piaceva la Nouvelle Vague, Truffaut e Godard su tutti. Per i libri aveva un debole per i grandi autori russi. Aveva letto di tutto, credo anche più di me che non mi faccio mancare nulla. Le piaceva passare l'intervallo a parlare di letteratura. La seguivo volentieri. Pare che avesse ereditato una fortuna svizzera dilapidata in un soffio al gioco d'azzardo. Conviveva in città con una compagna di corso. Durante il tirocinio estivo che la obbligava a turni massacranti, si è alzata di buon mattino e si è preparata di tutto punto per uscire. Si è lanciata senza un rumore percepito dalla finestra del bagno. La polizia allertata credeva di trovare sul selciato un'adolescente. Invece era lei. Anche la compagna di stanza credeva che il morto fosse altra persona. Nessuno si è accorto di nulla. Magari di una tristezza incolmabile, di un'ansia incontrollata o più semplicemente di quanto era sola. E' scomparso qualcuno che già non esisteva da tempo. Non aveva familiari nè amici intimi. Resta mistero profondo cosa porti all'auto annientamento. A scegliere pervicacemente il tempo e il modo della morte. Forse è solo il giorno sbagliato, con una congiunzione astrale nefasta. Resta un enigma insoluto, cosa non faccia attendere il fine naturale della vita. Cosa scatti dentro qualcuno perché venga annullata la curiosità di vedere come va a finire. Lottando e soffredo magari, ma con sfumature che vale la pena vivere. Il collega sciorina saputo altre notizie che non ricordo. Forse non le ho dato l'indicazione di lettura giusta.

PREDICA

Ieri ho incrociato per caso prete amico. E' un personaggio particolare, esce dai canoni dell'immaginario sulle persone consacrate. Piccolo e dalla pelle giallognola. Ampi occhiali quadrati sormontano un viso spigoloso e asciutto. Piegato sotto il peso di vite e dolori non suoi. Soffre di attacchi di panico, anche quando dice messa. Parla poco ed è impegnato in organismi sociali del territorio. Parla di chi va in chiesa e si sente un buon praticante. Nulla di più sbagliato, asserisce con voce bassa e monocorde. In chiesa ci vai perché ti devi sentire il nulla che sei. Occorre sempre considerare se stessi a partire dai propri limiti che, se visti da vicino, sono davvero tanti. Solo così si può aspirare a un certo cambiamento, ad una trasformazionne che ci renderà migliori. Parla di conversione a U. In realtà, il nostro stesso definirci dovrebbe partire dalla riflessione sul nulla che siamo. Ci dovremmo tutti definire a partire dalle nostre mancanze, dai limiti che ognuno di noi ha e che spesso vengono messi da parte facendo finta che non esistono. E' cosa usuale metterci in luce con il nostro abito migliore, quello che ci siamo cuciti su misura a partire da una consapevolezza velleitaria di obiettivi raggiunti. Così ci presentiamo al mondo e ci mettiamo in mostra anche nella nostra vita privata. Con abiti non nostri che ci piacerebbe possedere. Tanto che ci convinciamo che ci appartengono. Invece. Si parta da chi o cosa non siamo, dalle virtù che non riusciamo a fare nostre, da quel nucleo durissimo dove le cose buone vanno costruite e guadagnate. Con il cambiamento umile di ogni giorno. Solo così possiamo diventare migliori. Lo saluto frettolosamente. Oggi sono stato in chiesa senza pensare di volerci andare.

5 settembre 2010

7.05a.m.

I rientri portano con sè sempre buoni propositi. Uno dei miei è di fumare meno. A tal fine, decido di riprendere la corsa. Lo facevo da ragazzo. Avevo poco fiato e mi incaponivo a impegnare i muscoli oltremisura. Il giorno dopo era didastro assicurato. Acido lattico ovunque, anche in muscoli che pensavo di non avere. Il parco periferico in cui mi reco è deserto. A farmi compagnia nugoli densi di cornacchie sfacciate. Diverse dai corvi, loro affini, più grandi e di colori sfumati, dal nero al grigio. Becchi grandi e voraci si intrufolano sapienti in cestini verdi della spazzatura. L'amministrazione locale le ha portate in quel luogo per contenere l'avanzata inesorabile del piccione urbano. In realtà, le due comunità hanno trovato una sorta di agreement, per cui le due specie si sono spartite fraternamente il territorio. Sicchè ora il parco ha una folta comunità sia di piccioni che di cornacchie. L'ecosistema gode. Il parco ha una planimetria pressocché rotonda; mi avvio in uno dei viali principali.

- L'immagine rappresenta la tecnica di corsa per il calciatore. Mi sembra simile al footing, anche se non ho mai giocato a pallone. Nemmeno da piccolo.

La corsa è fantastica. Impegna il corpo quel tanto che basta per lasciar fluire liberi i pensieri, si va dove si vuole, nessuno ti costringe a fare nulla che tu non voglia. Si producono endorfine a pacchi e già dopo il primo giro sento salire l'umore. Costa poco e puoi farlo quando vuoi. Vincoli quasi zero. Dimensione perfetta per anarchici. Incrocio al secondo giro un paio di canare stanche. I loro quadrupedi più sfiancati ancora, non sembrano godere dell'occasione offerta. Io invece ritrovo con piacere il ritmo cadenzato del fisico in movimento atletico, il cuore non accellera eccessivamente e le gambe rispondono bene. Mi fermo dopo il terzo percorso, non voglio strafare. Per essere il primo giorno mi pare abbastanza. Mi sento molto kantiano; fà ogni cosa come se diventasse norma. Mi ritrovo in pace con il mondo e sento di aver fatto una cosa buona. Torno a casa. Domani sarà scuola, con tutti gli impegni di seguito. Non accendo l'usuale sigaretta, nè prima nè dopo la doccia.

4 settembre 2010

RIENTRO

I giochi sono finiti. Le vacanze, quello spazio vuoto riempito spesso di nulla, stanno al termine. Per me, se avete letto, è stata occasione di riflessione e contemplazione in ambiente montano. Sono contento di rientrare; la stasi, il riposo non fanno per me. Se mi lascio troppo solo con me stesso, peggiora in un istante la mia indole solitaria e meditabonda. Divento insopportabile. Gli amici mi scartano. Credo facciano bene. La vita è già abbastanza complicata, senza che qualcuno lo sottolinei di continuo. Inoltre, mi risulta facile l'aggressione e la lettura dei comportamenti altrui. Pecco di presunzione e credo sempre di aver capito chiaramente ciò che è solo frutto di un mio pensiero non sempre lucido. A volte, esprimo le mie elucubrazioni o, a seconda dei casi, i miei deliri, in modo brusco. Trascuro la sensibilità di chi mi sta intorno. Sono un disastro nelle relazioni e la pago di continuo.
In ogni caso, il lavoro che mi aspetta mi aiuta. Socialità, contatto con colleghi e giovani studenti mi riportano ad una dimensione accettabile. Imparo ogni giorno qualcosa e metto a punto diversi vestiti sociali adatti. Se mi considero con occhio esterno, ho davanti un uomo di mezza età schivo e gentile. Persino solare. Raramente aggressivo. Molti mi dicono che ispiro fiducia e sicurezza. Potenza dell'immaginazione. O forse davvero nei giorni buoni do quest'impressione. E a volte mi ci sento anche, sicuro e fidato intendo. Con i ragazzi poi il rapporto non presenta grandi difficoltà. Sono anzi un'occasione per non scordare com'ero da giovane. E' importante non dimenticare o, a seconda dei casi, tirare fuori un ricordo al momento giusto. La memoria, i ricordi, sono una traccia importante della nostra storia nel mondo. Ci definiscono. Ci permettono il cambiamento. Tutte le adolescenze paradossalmente, viste con sguardo adulto, hanno spesso tratti comuni. Perciò risultano rassicuranti. Pur nella diversità dei percorsi e delle esperienze. Il corpo cresce e cambia, la personalità è ancora in formazione, generando le insicurezze di sempre. Idee poche e confuse. Non eravamo tutti così? Spesso però lo si dimentica. Il ricordo di quando eravamo ragazzi sfuma per sempre. E' come se fossimo nati già grandi.

3 settembre 2010

DENTRO LO SGUARDO

« Se mi accorgo che qualcuno mi guarda con odio, non reagisco. Mi limito a fissarlo negli occhi, avendo cura di non trasmettergli alcuna sensazione d'ira o di pericolo. E il combattimento, prima ancora di cominciare è già finito. Il nemico da battere è dentro di noi. Le arti marziali non significano violenza, ma conoscenza di se stessi e degli altri».
(Wang Wei, Maestro di Kung Fu e Tai Chi; 1996 )


Lo sguardo è stupefacente. Occhi che spiano, che cercano, che piangono, che ammiccano, che si commuovono, che osservano, che semplicemente guardano. In loro, c'è il mondo che ognuno di noi rappresenta. Forse il loro fascino sta in questo. Non c'è uno sguardo uguale all'altro, come per le persone. Ci si è sempre sforzati di penetrare lo sguardo, nei suoi significati e nella sua fisiologia. Si pensi al cinema e a quello strano legame che unisce il film al suo spettatore. Gioco di sguardi che si attua tra la pellicola animata e il suo pubblico. Attraverso le immagini che scorrono, si entra in un mondo altro. Lì ci trasporta lo sguardo. Attraverso di noi la voce del regista può esprimersi. E' il nostro sguardo di spettatori appunto, che permette al film di far esplodere i suoi significati e il suo senso. Senza i nostri occhi, il tutto resta come senza voce, senza una collocazione di senso.
E poi ancora, gli sguardi delle madri per i figli e dei figli per le madri. Tenerezza, bisogni, amore, riconoscenza, dolcezza. Tutto si mescola in un legame fortissimo. Che spesso passa dallo sguardo, oltre che dai gesti che ad esso rinviano.
I colori dell'iride ancora sono infiniti. Azzurri come il mare o come il ghiaccio, verdi come fondi di bottiglia o pezzetti di giada, marroni come castagne screziati di verde boschivo. Occhi neri, profondissimi e nostalgici. Quando c'è, lo sguardo rivela l'anima di chi lo possiede, è finestra sul mondo interiore di chi ce lo regala. Spesso non lo si sa sostenere. Si scarta via timidi e spaventati davanti a quella domanda senza parole che ci chiede di dirci, raccontarci. Spesso non lo sappiamo fare e fuggiamo.