Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post

10 settembre 2010

PROSPETTIVA

A scuola faccio il giro dei locali. Sembro un cane che annusa angoli conosciuti. Usuale sigaretta alla finestra del fumoir. Rivedo il fiumaccio che scorre dalla città verso un fuori che non so dov'è. Nella luce settembrina non sembra così inquinato come il solito. Nei pressi di uno degli orti familiari, riconosco il lavandino che il proprietario ha cercato di tirare in secco prima dell'estate. E' ancora lì, immerso nell'acqua, ricoperto di melma verde. Altri dettagli, prima non evidenti, si stagliano contro la mattina inoltrata. Un lampione, un manichino di donna sospeso di traverso, giochi per bambini che non so identificare. Oltre le cose, riconosco  un albero di fichi con frutti quasi maturi. Riappare l'anziano, oggi è vestito. Il caldo non incalza più. Con gli abiti pare più giovane e spende energie a mettere a posto aiuole di insalata e altri ortaggi. Porta un cappellino con visiera blu e pare un addetto al pit stop in qualche circuito secondario. Ha energia, movimenti lesti e definiti. Nessuna incertezza fa trapelare l'età avanzata. Si muove con perizia tra i bassi ortaggi coltivati. La mano è sapiente di chi conosce la terra. Il lavandino può evidentemente attendere. Oggi raccoglie insalata e pomodori maturi. Da altre finestre invece si può vedere un condominio con piscina. Pare di avere avuto accesso ad altro pianeta. Invece ho solo cambiato l'infisso da cui osservo.

7 settembre 2010

COME SI DEVE ESSERE

Vado a scuola. Seguo percorsi abituali e il pensiero sta comodo per i fatti suoi. Non mi devo impegnare a riconoscere strade che già so. Ho la mente talmente altrove che con gesto automatico prendo le chiavi che aprono la porta del luogo di lavoro. Apro. Come una fucilata, mi sorprende l'allarme che scatta impietoso riconoscendo un intruso. Non ho le chiavi per il disarmo, non le ho volute. In genere, trovo colleghi più mattinieri di me. L'allarme è cosa recente. Dopo ripetuti furti all'interno dell'edificio e scasso nei locali scolastici, la direzione ha pensato di investire in un sofisticato sistema anti intrusione. Mi pare di averlo collaudato bene. Dopo qualche minuto di rumore assordante, si placa. Non mi sono spaventato per nulla, ma molto irritato per la sventatezza del mio comportamento. Telefonata di rito al direttore per dirgli che ero stato io a far partire il sistema, non si preoccupasse. Mi sembrava più preso dal sonno che gli ho sicuramente interrotto. Attendo fuori dalla porta collega dotato di chiavi disarmanti ed entro anch'io. Mi sento uno straccio. Dormito poco e male. Ragiono su come si dovrebbe essere e non si riesce. Sicuri, riposati, sereni, sociali e con idee chiare e fulgide come specchi al sole. Invece. Siamo mutevoli, introversi come animali notturni, difficili da avvicinare e complicati nei rapporti con gli altri. Contorti come labirinti, si stenta a riconoscere se stessi in costanti che non ravvediamo, nemmeno ad attento esame interiore. In questa spesso vana indagine, acquistano rilevanza cose minime.
Oggetti insignificanti che in qualche modo rinviano alla nostra storia e danno un senso a noi stessi. E nella nostra storia ci ritroviamo, impariamo quello che siamo e cosa possiamo diventare. Anelli sottili come seta compongono ricordi mnimi che ci hanno forgiato. Siamo quello che siamo, a partire anche dalle cose di cui è disseminato il nostro passato. Gli oggetti aiutano. A ricercare un modello di vita praticabile che tutti, consapevoli o no, bracchiamo di continuo. Non si pensi agli oggetti come possesso, brama di qualcosa da esibire per potenziare la fama sociale. Si pensi agli oggetti come traccia del passato, il nostro. Oggetti che dicono dell'infanzia, di affetti perduti ma che erano. Di un'indubbia crescita che ci ha accompagnato. Oggetti che rinviano ad altro, simboli di qualcosa che ci compone e definisce. Oggetti che lottano contro l'oblio che incalza e che spinge in avanti, azzerando lo spazio temporale. Il rischio è la dissolvenza dell'anima o di quello che si percepisce in modo vago nel nucleo nascosto di se stessi. Anche i sentimenti si affacciano attraverso gli oggetti, più spesso attraverso la scia che essi hanno lasciato nel nostro percorso. Uno di questi per me è un vecchio cavalletto da disegno professionale. Me ne fece dono mio padre. Avrò avuto all'incirca sei o sette anni. Era più grande di me e si spalancava in modi misteriosi. Aperto, assomigliava a una gru incombente su di me bambino. Facevo fatica a tenere in mano pennello e tavolozza per arrivare alla tela. Mia madre non approvò quel regalo, per lei inappropriato alla mia età acerba. L'oggetto è rimbalzato fuori da una cantina polverosa e disordinata. Credo fosse più di trent'anni che non lo aprivo. Le cose hanno una loro forza, sanno presentarsi quando meno le aspetti. E' come ci fosse una loro sapienza che sfugge, ma che segue logiche perfette. Ho ritrovato sulla tavolozza chiusa, all'interno del cassetto che fa parte dell'arnese, vecchie intense macchie di colore. Emergono vistosamente cromie blu e verdi. Sono opache, ma al contempo nitide, su un legno ormai invecchiato e cupo. E' una sicura parte di me.


4 settembre 2010

RIENTRO

I giochi sono finiti. Le vacanze, quello spazio vuoto riempito spesso di nulla, stanno al termine. Per me, se avete letto, è stata occasione di riflessione e contemplazione in ambiente montano. Sono contento di rientrare; la stasi, il riposo non fanno per me. Se mi lascio troppo solo con me stesso, peggiora in un istante la mia indole solitaria e meditabonda. Divento insopportabile. Gli amici mi scartano. Credo facciano bene. La vita è già abbastanza complicata, senza che qualcuno lo sottolinei di continuo. Inoltre, mi risulta facile l'aggressione e la lettura dei comportamenti altrui. Pecco di presunzione e credo sempre di aver capito chiaramente ciò che è solo frutto di un mio pensiero non sempre lucido. A volte, esprimo le mie elucubrazioni o, a seconda dei casi, i miei deliri, in modo brusco. Trascuro la sensibilità di chi mi sta intorno. Sono un disastro nelle relazioni e la pago di continuo.
In ogni caso, il lavoro che mi aspetta mi aiuta. Socialità, contatto con colleghi e giovani studenti mi riportano ad una dimensione accettabile. Imparo ogni giorno qualcosa e metto a punto diversi vestiti sociali adatti. Se mi considero con occhio esterno, ho davanti un uomo di mezza età schivo e gentile. Persino solare. Raramente aggressivo. Molti mi dicono che ispiro fiducia e sicurezza. Potenza dell'immaginazione. O forse davvero nei giorni buoni do quest'impressione. E a volte mi ci sento anche, sicuro e fidato intendo. Con i ragazzi poi il rapporto non presenta grandi difficoltà. Sono anzi un'occasione per non scordare com'ero da giovane. E' importante non dimenticare o, a seconda dei casi, tirare fuori un ricordo al momento giusto. La memoria, i ricordi, sono una traccia importante della nostra storia nel mondo. Ci definiscono. Ci permettono il cambiamento. Tutte le adolescenze paradossalmente, viste con sguardo adulto, hanno spesso tratti comuni. Perciò risultano rassicuranti. Pur nella diversità dei percorsi e delle esperienze. Il corpo cresce e cambia, la personalità è ancora in formazione, generando le insicurezze di sempre. Idee poche e confuse. Non eravamo tutti così? Spesso però lo si dimentica. Il ricordo di quando eravamo ragazzi sfuma per sempre. E' come se fossimo nati già grandi.

17 agosto 2010

DORMIRE

Mi sveglio che le ore hanno almeno due numeri. Il mio amico dice che così dovrebbe essere sempre appena è possibile farlo. E' una specie di sogno. Non accade mai. Non ricordo l'ultima volta che ho dormito così tanto. In generale. Il riposo, la sosta, dare tempo al corpo di riassociarsi e generare energia mi ha da sempre dato qualche grattacapo. Anche da bambino. Mi svegliavo di notte, spesso a ridosso di un incubo ricorrente, e mi alzavo. Vagavo indeciso per le stanze, al buio; conoscevo meglio quei luoghi notturni che con la luce spalancata del sole. Sapevo a memoria gli spigoli dei tavoli, le credenze, le sedie. La casa dormiva, io mi aggiravo furtivo come un ladro, senza che nessuno si accorgesse di me. A volte mi sedevo, a ridosso del muro di un corridoio, fuori dalla stanza dei miei genitori. Mio padre russava come un mantice, mia madre aveva un respiro leggero che si mutò all'improvviso poco prima che morisse. Di solito non si sentiva mai quando dormiva. Sembrava non ci fosse. Me ne stavo lì un numero imprecisato di minuti, a volte forse ore. Poi me ne tornavo a letto. Quando l'incubo era proprio insopportabile, cercavo un posto nel letto tra i miei che dormivano. Non se ne accorgevano, ero una specie di canna di bambù leggera e sudaticcia. Me ne stavo lì, finchè il respiro non riprendeva il suo ritmo. Il cuore non era più un piccolo tamburo impazzito, riacquistava il suo senso invisibile nel mio petto. Allora me ne tornavo in camera mia, senza che nessuno si accorgesse di nulla. Avevo all'incirca sei anni e pesavo venti chili. L'invisibilità era la mia specialità. Ero imbattibile nell'esserci senza sembrare, nello scomparire all'improvviso senza che nessuno mi potesse trovare, ricomparivo in posti impensati tra le risa di tutti. La casa non era grande, si sapeva che da qualche parte ero. Mi perdevo come per un gioco che sapevo di successo. Sono riuscito anche a perdermi su nota spiaggia litoranea. Quell'estate afosa e affollata restò il racconto da incubo dei miei genitori per anni. Lì non mi trovavano davvero. Mi reperì una turista pietosa che mi portò alla direzione di uno stabilimento balneare qualunque. Forse c'erano ombrelloni bianchi a strisce rosse. Chiamarono i miei all'altoparlante. Mi raggiunse mio padre. Non rideva. Quella volta forse anch'io piansi. Non ho un ricordo preciso. Ho in mente invece l'ansia intrattenuta di mia madre che mi sgridò aspramente e senza possibilità di appello. Per giorni mi tenne un broncio freddo e ostile. Perché poi non l'ho mai capito.
Insomma, ho dormito fino ad un'ora messicana irriferibile. Il mio amico mi ha creato intorno una stanza dove il tempo non potesse dare segnali di giorno fatto. Al risveglio, ho le giuste occhiaie di chi si sta rilassando. Mi dicono che sono bellissimo. Voglio crederci.

29 luglio 2010

DISATTENZIONI

Giro in città pressocchè deserta. Vado a scuola. Come sempre. Ai semafori, gente distratta accende sigarette e lancia cicche accese da finestrini aperti. Temporali in arrivo, ma coltre pesante su nucleo urbano. Durante il percorso incrocio tre incidenti. Con ambulanza puntuale sul posto. C'è sempre in terra qualcuno. Il breve traffico rallenta. Per guardare. Passo oltre e ostentatamente lo sguardo va avanti. Sempre. Quando capitano scene di morte sradale, non ho il coraggio di assistere. Non mi interessa guadagnarlo. Ricordi infantili assalgono la memoria. La famiglia in macchina verso terre di produzione frutticola. Era un settembre soleggiato e arioso. Una strada di monte ci portava allegramente verso cascina di rivendita diretta. All'improvviso, la catena di macchine rallenta. Ero bambino di circa otto anni. Alla mia sinistra scorre l'alveo stradale. Insanguinato. Ricordi di corpo di donna squartato da pneumatici pesanti. Mosche nere appoggiate su pezzi di carne fresca. Nessuno ha posto un plaid di fortuna o un lenzuolo provvisorio. Così. Tutto da guardare, mentre le macchine scorrevano lentissime. Masticavo adagio piccole mentine da viaggio contro la nausea. Un tipo ancora oggi in commercio. Che non posso avvicinare. Il tempo si è come fermato in un frame infinito. Pareva durato giorni. L'effetto della morte in strada risulta indelebile e scuro. Non si muove nella memoria, conquistando senza fatica un posto sicuro. Arrivo a scuola senza altri intoppi. Sono puntuale.

31 maggio 2010

LIBRI

Amo i libri. Già il solo fatto fisico della carta, l'odore, lo spessore delle pagine, le copertine più o meno disegnate. E poi certo il testo. Quell'insensato sforzo che fa mettere a qualcuno i propri pensieri su carta e li consegna in pasto al mondo. Il piacere del testo, si ricordi Roland, è unico e inarrivabile. Il testo inevitabilmente si spande. E allora: film, quadri, poesie, canzoni, fotografie, fumetti, misteriose etichette di acque minerali sconosciute, cartoni animati e libri naturalmente. Sono un bulimico del testo. Non ne ho mai abbastanza e lo cerco ovunque. Anche nelle prove di tema dei miei ragazzi.
Nella mia storia invece è stato un accompagnamento da sempre. Sono nato con tempi e ritmi interiori non proprio allineati a quelli del mondo. Nessuno mi ha dato mai una vera mano a riconnettermi. Un carattere timido e schivo non aiutava. Passavo le mie giornate da bambino a leggere, chiuso nel mio mondo. La madre chiamava per la cena. Non sentivo. Arrivava una zelante sorella, su mandato materno, a scuotermi, tirarmi giù dalle pagine di turno. Non sentivo niente e nessuno mi poteva distrarre dal mio mondo, se non in modi inusuali. La madre insegnava alle scuole medie. Una severità ammantata di sorrisi era la sua cifra scolastica. Pare fosse molto amata da allievi e colleghi. Portava a casa risme di compiti di italiano da correggere, mi allungava qualche foglio e mi diceva: "Sono troppi per me, dammi una mano. Segna in matita gli errori, per favore". E io, per una volta tirato fuori dal mio mondo, eseguivo il compito assegnato. Con cerchi irregolari evidenziavo discordanze aggettivali, pronomi sbagliati, verbi imperfetti. Avevo sì e no sette o otto anni. Non ho un ricordo preciso. Non ero appassionato dell'errore, ma cercavo la frase precisa che non trovavo. Ricordo che aggiungevo specie di onde vicino alle frasi che non mi convincevano, che mi sembravano opache. Usavo il mezzo foglio vuoto che accompagna da sempre i temi in classe su antiche pagine da protocollo. Chiedevo a mia madre che desse un aiuto allo stolto scolaro, che chiarisse quello che voleva dire. Lei riprendeva i fogli, cancellava le mie tracce con una gomma bianca. Proseguiva le correzioni. Mi ringraziava per l'aiuto.
Non ho molti ricordi di mia madre. Ho dei lampi intuitivi, come fotografie, che ogni tanto appaiono per tornare in un oblio personale. Talvolta riemerge un dettaglio. Ricordo una svelta signora in tailleur dai colori marini, un passo forte sul selciato che la portava a scuola. Pochi gioielli di severa fattura artigianale. Buffi cappelli spesso la accompagnavano nelle stagioni più fredde. Ne ricordo uno verde, mi sembrava il cappello di Robin Hood senza la piuma. Una folata di vento lo ruba e lo fa rotolare lungo le scale di un qualche posto. Mia madre ride, divertita. Sorrideva spesso, non rideva quasi mai.