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14 agosto 2010

IL RESPIRO DELLE PAROLE

Qualche mese fa ho proposto ai miei allievi una poesia di De Luca. Chi ha voglia cerchi il post. Avevo anche chiesto ai medesimi, dopo letture e riflessioni in lungo e in largo, di riscriverla con parole loro. Non posso per ovvi motivi riportare i loro scritti, tutti indiscutibilmente struggenti. Ma posso proporre il mio, dato che anch'io riscrissi con loro. Mi è saltato fuori lo scritto dal baillame casalingo. Chiaro segno degli dei che vada divulgato.

Valore
Considero valore ogni forma di vita, il mare, l'albero, il ragno.
Considero valore la terra, i fili d'erba dei prati.
Considero valore un boccale di birra finchè si è insieme, un gesto inavvertito, la forza di chi nel dolore respira, due giovani al primo amore.
Considero valore i dolori di tutti.
Considero valore non buttare il pane vecchio, riparare un calzino, evitare l'insulto, rispondere a chi chiama,
chiedere se non disturbi prima di parlare a chi non conosci
provare commozione e piangere senza sapere perché.
Considero valore sapere accendere una fiamma senza fiammiferi, capire il calore del fuoco prima che la legna bruci.
Considero valore il primo viaggio di un ragazzo, la vocazione del prete, la pazienza delle donne, anche se insensata.
Considero valore l'uso del verbo crescere e l'ipotesi che esista qualcuno oltre le stelle.
Vorrei avere capito questi valori quando li ho incontrati sulla mia strada.
Ma so che non ho abbastanza occhi e cuore per comprenderli davvero.
(Liberamente tratto da Valore, Erri De Luca, in Opera sull'acqua, Einaudi 2002)

21 maggio 2010

FIORI DAL PANTANO

Leggo De Luca in classe. Molti ridono sguaiatamente, qualcuno accenna a una colonna sonora di accompagnamento. Dopo circa mezzora di traccheggio, riesco a far leggere Valore a qualche alunno. E' la mia strategia. Quando percepisco che non è aria di lezione, lascio la lenza morbida, non intervengo. Lascio dire e fare, nei limiti della tollerabilità. Poi inizio a distribuire fotocopie. Lascio la lenza. Poi chiedo di leggere. Lascio la lenza. Poi chiedo per la settima volta silenzio. Lascio di nuovo la lenza. Mostro la pazienza del ragno. In realtà di pazienza non ne ho, sono insofferente di natura, il che può spiegare alcuni dei miei fallimenti.
La chiamo la strategia di Santiago, il vecchio pescatore di "Il vecchio e il mare". Lasciare correre il pesce e adagio tirarlo verso la barca, a poco a poco, inavvertitamente. Quasi costringerlo a venire lui da me.
Così faccio con i miei ragazzi. Quando non è giornata, passo l'ora a fare nulla, a chiacchierare con qualcuno che mostra un'idea di curiosità. Divago sui fatti della vita. Aspetto che mi chiedano di fare qualcosa. Basta un indizio e io comincio. Sono poche le lezioni in cui non faccio davvero nulla. Perlopiù cerco di fornire frammenti di conoscenza che li possano accompagnare nella vita. Non sempre riesco. Ma so che ci provo sempre e sono sereno.
Finalmente qualcuno legge, chiedo di leggere ancora e ancora una terza e quarta volta. Alla fine leggo io. Chiedo 10 minuti di riflessione su quanto è stato letto. C'è chi piange.
Tutti prima o poi dobbiamo misurarci con quel marlin. A volte è dentro di noi.