I bambini sono il futuro che verrà. Lo sappiamo tutti, ma facciamo finta che quel tempo non verrà mai. Li culliamo in un'infanzia dilatata oltremisura, tra zucchero filato, consolle tecnologiche e viaggi esotici in paesi che nemmeno ricorderanno di avere visitato. Spesso i bambini sono il coronamento sociale di famiglie inesistenti. Il quadretto deve comprendere prole. Quindi ci si adopera per fare razza.
Nessuno insegna a questi figli quasi nulla di necessario. Molto invece si trasmette di comportamenti formali per un'accettabilità sociale su cui si fantastica di continuo. E allora li vestiamo con prestigiose griffe, li curiamo con l'omeopatia, li proteggiamo con creme solari ad alto schermo. Li iscriviamo a corsi di ogni tipo, perché nella vita l'inglese serve, bisogna saper nuotare, saper tirare di scherma e sfruttare quel talento musicale inevitabile concentrato sullo studio del piano o del violino. Quasi nessuno suona la batteria o i bonghi. Nessuno insegna come la noia possa essere un valore.
Nessuno insegna cos'è l'amore, l'affetto e l'amiciza vera. Nessuno produce una qualche forma di educazione emotiva. Forse è lo stesso buio vuoto delle difficoltà degli adulti, che si ostinano a riprodurre la medesima disperazione nelle nuove generazioni.
Nessuno insegna a canalizzare la rabbia che sappiamo far parte di ognuno. Nessuno insegna ai bambini maschi a non picchiare le bambine, a non mettersi due contro uno, a non formare branchi d'attacco contro inesistenti nemici. Nessuno insegna che il maschio è generalmente più forte della femmina; a partire da questo banale concetto di supremazia esclusivamente fisica, nessuno insegna che la bambina poi la donna va protetta e rispettata. Nessuno insegna l'amore per l'ambiente e la natura tutta, ragni e vespe compresi.
Nessuno insegna infine la presenza della magia, che è l'irrompere del mistero nella vita di ciascuno. Nessuno insegna i cammini degli elfi e delle fate nei boschi. Nessuno insegna ad abbracciare un albero. Nessuno sa indicare una rotta. Non perché si debba seguire, ma perchè almeno si possa scorgere un'idea da un'altra strada intrapresa per caso. O il cui senso è segreto e tale deve restare.
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4 giugno 2010
3 giugno 2010
CRIMIINI E MISFATTI
Accadono cose che rinviano a un mondo sbagliato. Violento e crudele. Assisto quotidianamente nella mia scuola a scene di ordianaria cattiveria e ferocia. Ma mi rendo conto che si tratta di istanze presenti ovunque e che nascono prima di arrivare da noi. Già a partire dall'infanzia, per molti crudele, i bambini devono costruire e affilare armi per la sopravvivenza, sociale ed emotiva. Sempre figlia di amici 10 anni.
Carattere ribelle ed esuberante per sua natura, accetta volentieri la sfida, non si tira mai indietro davanti alla rissa sia fisica che verbale. Bell'esempio di bambina del terzo millennio. Non c'è più spazio per le fate, se mai c'è stato. Oggi nuove guerriere si affacciano al mondo. Nascono già con il coltello tra i denti. E forse è un bene. Mi racconta il mio amico, padre della bimba, che ieri l'hanno chiamato con urgenza da scuola. La figlia si era ferita gravemente con un vetro. Stavano portandola al pronto soccorso di noto ospedale cittadino. Il mio amico accorre e accompagna la bambina in ambulanza.
La cronaca degli eventi. La classe è esuberante, giocano male e non sono sorvegliati da nessuno. Maestre distratte e dissennate passano il tempo del gioco dei loro alunni al cellulare. Sveva, così la chiamerò d'ora in poi, giocava con alcune amiche in classe. A un certo punto nell'antiaula un gruppo di maschi sottrae a Sveva cartella e astuccio. E' un attimo. Tutto carambola fuori dalla finestra in un disordine cattivo e inevitabile. Sveva non si scompone. Conosce la sua classe. Esce e va a raccogliere le sue cose, mentre dalla finestra i pensatori la sbeffeggiano. Vuole rientrare, ma i maschi la chiudono fuori. La porta ha dei vetri, sostenuti a quadrato da listelli di legno. Sveva bussa più volte. Nessuno la fa entrare. I maschi continuano a ridere. Sveva non ci pensa due volte. Spacca il vetro a mano nuda e apre la porta dalla maniglia dell'interno. Nel fare questa mossa sventata, si taglia la mano, il polso e quasi le ferite raggiungono il tendine del pollice. Sveva è mancina. Il sangue è dappertutto. La maestra non si vede. Quando la situazione diventa tarantiniana, appare in un finto panico e dice: "Ma qui son tutti pazzi...Adesso ci mettiamo anche a rompere i vetri. Ma dove andremo a finire? Per fortuna che l'anno sta finenedo".
Sveva intanto va a sciacquarsi il braccio e la mano sanguinanti alla fontana antistante la scuola, che si trova inaspettatamente in un parco cittadino. Viene soccorsa da una pattuglia di polizia che fa spesso la ronda nel quartiere. Viene chiamata l'ambulanza, il padre, la madre. I compagni si eclissano come inghiottiti da una vergogna intempestiva. Sveva torna a casa dall'ospedale alle sei di sera. Qualche compagna la chiama per sentire come sta. Nessun maschio la cerca nè le chiede scusa. Solo Diego, un ragazzo difficile in affido le telefona preoccupato. Sveva è raggiante. A chi telefona fa la cronaca dell'accaduto. Le piace parlare e raccontare storie. Domani sarà una star. Chiede il permesso ai genitori di far firmare le bende che avvolgono il braccio.
Carattere ribelle ed esuberante per sua natura, accetta volentieri la sfida, non si tira mai indietro davanti alla rissa sia fisica che verbale. Bell'esempio di bambina del terzo millennio. Non c'è più spazio per le fate, se mai c'è stato. Oggi nuove guerriere si affacciano al mondo. Nascono già con il coltello tra i denti. E forse è un bene. Mi racconta il mio amico, padre della bimba, che ieri l'hanno chiamato con urgenza da scuola. La figlia si era ferita gravemente con un vetro. Stavano portandola al pronto soccorso di noto ospedale cittadino. Il mio amico accorre e accompagna la bambina in ambulanza.
La cronaca degli eventi. La classe è esuberante, giocano male e non sono sorvegliati da nessuno. Maestre distratte e dissennate passano il tempo del gioco dei loro alunni al cellulare. Sveva, così la chiamerò d'ora in poi, giocava con alcune amiche in classe. A un certo punto nell'antiaula un gruppo di maschi sottrae a Sveva cartella e astuccio. E' un attimo. Tutto carambola fuori dalla finestra in un disordine cattivo e inevitabile. Sveva non si scompone. Conosce la sua classe. Esce e va a raccogliere le sue cose, mentre dalla finestra i pensatori la sbeffeggiano. Vuole rientrare, ma i maschi la chiudono fuori. La porta ha dei vetri, sostenuti a quadrato da listelli di legno. Sveva bussa più volte. Nessuno la fa entrare. I maschi continuano a ridere. Sveva non ci pensa due volte. Spacca il vetro a mano nuda e apre la porta dalla maniglia dell'interno. Nel fare questa mossa sventata, si taglia la mano, il polso e quasi le ferite raggiungono il tendine del pollice. Sveva è mancina. Il sangue è dappertutto. La maestra non si vede. Quando la situazione diventa tarantiniana, appare in un finto panico e dice: "Ma qui son tutti pazzi...Adesso ci mettiamo anche a rompere i vetri. Ma dove andremo a finire? Per fortuna che l'anno sta finenedo".
Sveva intanto va a sciacquarsi il braccio e la mano sanguinanti alla fontana antistante la scuola, che si trova inaspettatamente in un parco cittadino. Viene soccorsa da una pattuglia di polizia che fa spesso la ronda nel quartiere. Viene chiamata l'ambulanza, il padre, la madre. I compagni si eclissano come inghiottiti da una vergogna intempestiva. Sveva torna a casa dall'ospedale alle sei di sera. Qualche compagna la chiama per sentire come sta. Nessun maschio la cerca nè le chiede scusa. Solo Diego, un ragazzo difficile in affido le telefona preoccupato. Sveva è raggiante. A chi telefona fa la cronaca dell'accaduto. Le piace parlare e raccontare storie. Domani sarà una star. Chiede il permesso ai genitori di far firmare le bende che avvolgono il braccio.
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27 maggio 2010
CONTATTI
Intervallo. Sorveglio i corridoi per un mandato che farei volentieri a meno di mettere in pratica. Sguardi inquieti di chi vorrebbe fumare, ma è costretto al chiuso. Nello spazio antistante le aule, comode poltrone invitano a un impossibile riposo. Alcuni ragazzi si svaccano in quel luogo e passano lì il loro piccolo tempo di libertà che li separa dalla prossima ora. Nel gruppo vedo T. con il volto visibilmente gonfio. Gli chiedo che c'è. Dice che ha avuto uno scontro. Gli chiedo se era più di uno. Mi dice che le ha prese da due che lo hanno attaccato insieme. Mi sfugge un "bastardi". Gli chiedo quando è successo, lui mi dice ieri sera. I compagni stupiscono alla mia esclamazione detta tra i denti. Vado via, ma prima dico a T. di non muoversi di lì. Prelevo del ghiaccio dal frigo della sala professori. Avvolgo un sacchetto di plastica pieno di cubi di ghiaccio in una quantità eccessiva di scottex. Creo una rudimentale borsa per il ghiaccio. Torno da T. e gli spiego come metterla sull'occhio e lo zigomo che ancora pulsano. Stranamente docile, obbedisce. A bassa voce, su richiesta dei compagni racconta. Era in giro con la tipa e due giovani stranieri li hanno avvicinati. Hanno allungato le mani sul culo della ragazza e lui è partito alla difesa della sua donna. Le ha prese. Lo rifarebbe. I compagni lo sostengono, dicono che ha fatto bene. Io non dico nulla. Gli aggiusto la borsa sull'occhio. Gli dico di tenerla lì il più possibile. Parlo a lui e a quelli che sono lì. Dico che quando capitano contatti di questo genere, è bene usare subito il ghiaccio che aiuta a far riassorbire prima la botta. L'importante è che non ci siano abrasioni.
L'intervallo è esaurito. Tutti in aula.
Dico a T. di tenere il ghiaccio finchè riesce a sopportarlo. Non mi ringrazia e va via con il ghiaccio premuto troppo forte sulla faccia.
L'intervallo è esaurito. Tutti in aula.
Dico a T. di tenere il ghiaccio finchè riesce a sopportarlo. Non mi ringrazia e va via con il ghiaccio premuto troppo forte sulla faccia.
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11 maggio 2010
V FOR VENDETTA
Odio la violenza e tutto ciò che è connesso inevitabilmente ad essa. Voci alte, insulti, mani addosso in modo improprio, silenzi oppositivi, sguardi feroci, mancanza assoluta del rispetto del tuo lavoro, scontri verbali o fisici, invasione dello spazio privato. Ma anche lo sguardo stupratore dei ragazzi sulle ragazze, che ridono dandosi della puttana a vicenda e le urla sguaiate preludio di altro che esploderà a breve, senza che tu possa fare nulla per evitarlo. Tutto ciò mi atterrisce, anche se mantengo il mio inossidabile aplomb britannico. Nessuno vede niente. Dentro mi sento devastato. Insomma, ho sbagliato mestiere. Lo credo spesso, davanti al bailamme a cui assisto ogni giorno. Ieri F. e L. si sono messe le mani addosso. All’improvviso sono volati schiaffi, bottigliette di acqua, insulti reciproci. Gli amici le hanno divise. Qualcuno incitava allo scontro. Fuori dalla scuola il duello ha rischiato di continuare. Sono sceso in cortile insieme al preside. Volti concitati, arrossati nel tentativo di contenere l’esplosione di rabbia cieca e furiosa che prende queste giovani adolescenti e non le molla. Non sanno gestire minimamente le emozioni, nessuno ha insegnato loro nemmeno un rudimentale alfabeto emotivo. Forse non lo fa nessun genitore. E questo spiega le difficoltà legate alla sfera delle passioni di tanti teenager. E di tanti adulti. Molti genitori non sanno spiegare i loro sentimenti ai figli né le loro emozioni. Non se ne parla. Punto. “Qual è la consolle che vuoi?”.
F. è stata portata via da un’amica, L. resta con altri amici nel parcheggio antistante la scuola. Schiuma di rabbia, la invito a respirare profondo, a riprendere un ritmo più lungo, a inglobare aria. Lo fa e si rilassa. Non le sembra vero. Ora è rimasta solo la rabbia per l’orgoglio ferito. Tutto è rinviato a domani.
Il preside sconsolato ed io rientriamo.
L’ascensore è guasto. Quattro piani a piedi.
F. è stata portata via da un’amica, L. resta con altri amici nel parcheggio antistante la scuola. Schiuma di rabbia, la invito a respirare profondo, a riprendere un ritmo più lungo, a inglobare aria. Lo fa e si rilassa. Non le sembra vero. Ora è rimasta solo la rabbia per l’orgoglio ferito. Tutto è rinviato a domani.
Il preside sconsolato ed io rientriamo.
L’ascensore è guasto. Quattro piani a piedi.
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