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2 novembre 2010

FALSI FILOSOFICI

La mia vita è eroica, e non si può valutare con un metro da filisteo o con il cubino del bottegaio, né con una misura proporzionata alla gente comune, che non vive altra esistenza se non quella individuale, limitata a un breve lasso di tempo. Per questo non devo turbarmi se penso a quanto mi manchi ciò che fa parte della regolare vita dell'individuo: ufficio, casa, vita sociale, moglie e prole. L'esistenza degli esseri comuni si risolve in questo.
Arthur Schopenhauer

Invece gli eroi sono intorno a noi. E non li vediamo. Quelli che giorno dopo giorno, si alzano, si vestono, si sfiniscono al lavoro. A volte la loro vita sociale è così inesistente che un monaco certosino sembra abbia vita più dinamica e interessante. Non ci sono soldi, tutto va nelle spese fisse per vivere in una città che chiede molto e dà pochissimo. E poi i figli, pozzi senza fondo di altro denaro e moglie che spesso non ha un lavoro. Stanno in piedi a fatica, si traballa e si cerca di non mollare. Non tutti ce la fanno. In classe alcuni allievi sono orfani. E' come se il denaro costituisse una specie di cuscinetto anti depressione che molti non posseggono. O forse si è abituati a standard da mondo opulento e tanti si sentono poveri anche con tre televisori. Quanto conta la cultura in questo gioco per la vita non è dato a sapere. Spesso si rincorre come parte di uno status sociale necessario a farci sembrare migliori degli altri. Andare al cinema, in vacanza, semplicemente fuori porta è per molti invece un miraggio. Si sta a casa a lessarsi il cervello con una tv spazzatura che di più non si può. Leggere è fatica e dopo una settimana di corsa il più ha voglia solo di riposare e non pensare a nulla. Immagino ci sia un disagio sociale più intenso di quello che appare. Non sembra così diversa la vita dei professionisti che saltano da un briefing all'altro, prendono aerei al volo per non perdere un incontro irrinunciabile. Spesso mantengono due famiglie, la seconda costruita sui cocci della prima.  Intorno ai 50 anni è come se improvvisamente il velo che ha coperto gli occhi si squarci e renda edotti della fine che attende. Si teme sia vicina e alcuni fanno cose di cui forse si pentiranno anche, ma nel frattempo le fanno comunque. C'è chi a 50 anni ricomincia con i pannolini, non contento evidentemente dei figli che ha già. Ma perché poi. Forse è solo la pioggia incessante di questi giorni che  fà leggere solo l'opacità del chiaroscuro che è intorno. Per il chiaro attendo il sereno.

15 settembre 2010

LETTURE ESTIVE

Non disprezzate la sensibilità di nessuno. La sensibilità di ognuno è il suo genio - Charles Baudelaire

Arrivano. Sparsi come nugoli di mosche a fine stagione. Già stanchi ancora prima di iniziare. Sono gli allievi della scuola professionale dove insegno. Un altro anno formativo è cominciato. Un altro di fatiche spese a fare non sempre si sa cosa. Li accogli. Con la tua faccia rassicurante e modi zen che interpreti da anni. Ci si crede talmente che si pensa che quell'apparenza appartenga davvero. Forse è così. La dimensione della quiete, della pace, dell'armonia dell'ambiente è quella che sento che più mi appartiene. Non sempre è possibile agirla o riscontrarla intorno. A scuola ad esempio, è difficile. I ragazzi sono perlopiù sguaiati, rissosi, parlano a voce alta e gridano. Anche solo per salutarsi. Riportarli a dimensione di vita più civile è spesso cosa ardua. Con il pretesto di fornire brandelli di conoscenza, si fà. In una classe propongo un test d'ingresso banale. In breve il compito è esaurito. Correzione collettiva a cui faccio seguire domande su presunte letture estive.  Risposte imbarazzanti. F. si avvicina alla cattedra, perché parlare davanti a tutti la mette in imbarazzo. Ha orecchini lunghissimi che terminano con un'enorme farfalla, una profusione di braccialetti di mille colori  e forme le riempie i polsi. Una collana con un grosso cuore di porcellana  adorna il collo sottile. Trucco leggero e piercing al naso concludono l'insieme. Mi dice che ha iniziato a leggere Se questo è un uomo. Non è riuscita a concluderlo per l'ansia che le procurava. Ricorda di quando la scuola media ha organizzato una gita in Germania. Tour dei campi di sterminio compreso. Anche allora era stata male. La ascolto e le suggerisco di sforzarsi ad andare avanti nella lettura intrapresa. La vita è fatta anche di questo. Non abbiamo più a che fare con i campi di sterminio o con possibili deportazioni. Ma. E poi mi fermo. Non so più come dirle che comunque l'esistenza è a tratti assai complicata. Meglio iniziare ad avvicinarla nei libri, se possibile. Prima o poi a tutti accade qualcosa di poco spiegabile, che colpisce come fucilata. Un lutto, una perdita, una malattia, un qualcosa che può assumere forme diverse per ognuno. Ma ognuno di noi sa. Cosa fà più male, cosa arriva davvero a massacrare il cuore. E allora che si fà. Conoscenza, cultura, risorse intellettuali spese a fronteggiare un'onda anomala che colpisce inesorabilmente. Occorre uscirne, pena la morte esistenziale. Non sempre è facile. Per alcune sensibilità, come quella di F. che mi fissa con sguardo acquoso, forse è impossibile. Mi sforzo di indicare sentieri, percorsi praticabili per affrontare la vita e le sue sicure difficoltà. Parlo di teatro e maschere. Non riesco a dire quanto sono convincente.

14 giugno 2010

LA VITA E' SOGNO E IL SOGNO E' VITA

Domani iniziano gli esami. Qualcuno si affaccia comunque alla scuola, in cerca di conforto psichico. Ansia a pacchi. Agli allievi sfugge completamente l'assoluta relatività del momento. Nessuno considera che la vita è un'accozzaglia di esami. La differenza è che qui lo sai. In genere, nella vita vera, nessuno te lo dice. Ma sei sotto esame di continuo. Di quelli che ti annusano prima di diventarti amici, dei datori di lavoro che ti studiano di continuo nel periodo di prova, dei genitori della tua ragazza appena lei ti presenta, delle commesse dei negozi del centro che ti misurano l'opulenza del portafoglio. Da quel loro irreversibile giudizio dipenderà l'intensità della gentilezza con cui ti serviranno. Tutto è relativo, ma è difficile spiegare. La vita è disseminata di trucchi valutativi. A scuola no, tu lo sai che ti giudicano. E allora viva Alice che nel suo mondo delle Meraviglie ha ucciso il Drago Ciciarampa ed è cresciuta per sempre.
"Mi spieghi perchè sei sempre troppo bassa o troppo alta?", dice Il Cappellaio Matto ad Alice nella versione pirotecnica del grande Burton. Alice sembra non andare mai bene, finché non sarà lei a decidere come deve essere. Solo allora avrà la statura giusta e nessuno le dirà più nulla a riguardo. Il film è grandioso, soprattutto per le giovani donne, indica la strada impervia della crescita. Al centro del film l'immaginifico potere della fantasia e il decidere di imparare a fare le cose per se stesse. Nulla è facile nella crescita, non ci sono sconti, ancora meno per le femmine. Ognuno deve incontrare prima o poi i suoi draghi, è inevitabile. Sai che prima o poi li dovrai affrontare. Oggi un esame, domani una fidanzata a cui non riesci a dire di no, la paura del buio o di una stanza chiusa. E poi ancora, la ricerca della propria autenticità, una "moltezza" che Alice ha perso per strada e che deve ritrovare se vuole crescere davvero.
"La scelta è solo tua, non si vive per accontentare gli altri", spiega paziente la Regina Bianca ad Alice. E dunque deve essere lei a scegliere, a volere affrontare ed uccidere il Drago. Non può essere la semplice nemesi indicata dal Memorium (un magico scritto che descrive la rivincita della Regina Bianca sulla Regina Rossa) a far decidere Alice che è pronta ad uccidere. E' solo lei infatti che, al termine della sua iniziazione di crescita, sarà in grado di farlo. Solo allora dunque sarà pronta, perché ha capito che a volte occorre fare anche quello che va contro i principi che ci siamo o ci hanno dato. E riguadagnare se stessi.
Il film indica in modo preciso anche gli strumenti per crescere: fantasia e creatività, trasgressione dall'ordine costituito imparando a porsi domande, la logica e la razionalità come metodologia di pensiero, anche se onirico.
E non a caso la Regina Bianca è a capo di un esercito di pezzi scacchistici, mentre quella Rossa comanda un banale e caotico mazzo di carte. Vince il gioco degli scacchi contro il caso cieco e fallace del fare senza il senso convincente di un mazzo di carte. Non per fatalità il Bianco è il primo a muovere sulla scacchiera. E' la regola del gioco. La ragione vince il caos e in qualche modo gli conferisce una forma nuova a partire dalla prima mossa appunto, che è quella del pensiero.
"Ho una malattia si chiama fantasia: porta quasi all'eresia è considerata pazzia…" confida il Cappellaio Matto turbato ad Alice. Ma lei non si spaventa e ricorda come anche lei ebbe quel dubbio da bambina. Alice da piccola in ansia dopo il suo ricorrente incubo notturno domandava al padre: "Credi che io sia diventata matta?"
"Temo di sì,- le rispondeva il papà - sei pazza, folle, assolutamente svitata, hai perso la zucca... ma ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti!".
Il seme di una lucida follia si è acceso ormai per sempre in Alice. E diventa necessità esistenziale andare oltre il limite che la spinge, tornata nella vita vera ormai donna cresciuta e consapevole, a lasciare il fidanzato e a intraprendere un viaggio per mare verso mete inesplorate.
Vorrei tanto che le mie ragazze fossero un po' più come Alice e meno bimbeminkia, come a volte purtroppo vedo che si ostinano a essere.

ps. Nel testo riferisco di una pergamena magica che ho, erroneamente, chiamato Memorium. Nel film invece Burton lo chiama Oraculum. Certi lapsus risultano in ogni caso interessanti.

1 giugno 2010

IL VOLO DELLA GRU BIANCA

Il Matsumura Shorin Ryu è lo stile di Karate codificato più antico, da cui sono nate tutte le scuole della corrente Shuri Te (Kobayashi Shorin Ryu - Matsubayashi Shorin Ryu - Shotokan - Shito Ryu - Wado Ryu e altre ancora).
La particolarità di questo stile è che è sempre stato uno stile di famiglia, ossia non insegnato al di fuori della famiglia Matsumura fino ai primi anni '50.
Molta enfasi viene data allo studio dell'Hakutsuru, lo stile della Gru Bianca. In questa particolare arte marziale, i movimenti morbidi e di ricerca dell'energia interna "Ki" (CHI in cinese) vengono abbinati allo studio del Kyusho Jutsu (studio dei punti vitali), del Dim Mak (tocco della morte) e del Tuite (leve articolari e proiezioni).
Sono un allievo che studia lo stile della Gru Bianca. O meglio lo ero. Mi sono allenato quattro anni, con risultati soddisfacenti. Ho imparato a uccidere con una sola mossa, a fuggire dall'imboscata, ad evitare agguati e a contrastare due aggressori. Il corpo mi ha assecondato. Poi altre fatiche mi hanno impegnato altrove. Ho lasciato. Ma lo spirito della Gru Bianca mi ha seguito. Penso che a breve ricomincerò gli allenamenti. Sensei permettendo.
Ieri a lezione ho applicato tecniche di combattimento. Era necessario. Le ragazze non se ne sono nemmeno accorte.Troppa violenza non repressa e incontrollata serpeggiava tra le file scomposte dei banchi. In tre si sporgevano pericolosamente da una finestra di ambiente condizionato. Alla fine qualcuno doveva chiuderla. Hanno fatto resistenza. Con un'unica mossa di leva a potenza controllata di una mano l'ho chiusa lentamente, nonostante in tre premessero contro. Quel tempo è sembrato infinito. All'invito ripetuto di spostarsi, continuavano a stare lì. La sensazione era quella di schiacciare tre noci in un colpo solo. Alla fine, per non essere stritolate lentamente, si sono spostate. Ho chiuso infine la finestra. Non ho fatto male a nessuno. E non ho toccato nessuno. Ho agito solo sulla finestra. Le allieve incredule. A ridosso del fatto, una ragazza mi sfida a braccio di ferro, ma con la sinistra. Mi presto alla tenzone. La batto, dopo breve resistenza. Mi chiede di nuovo la sfida con la destra. Sono stremato e svuotato. Dopo breve resistenza, l'allieva mi fa cedere. La guardo negli occhi e le dico: "Non saprai mai se ti ho fatto vincere o se mi hai battuto per davvero".
Riprendo il libro e leggo una poesia qualunque.

28 maggio 2010

ULTIMI SFORZI

A volte un dettaglio svolta la giornata. E' scoppiato il caldo. Improvviso, temibile. I ragazzi scalpitano, faticano a starci dentro. Odori sudati rincorrono spruzzi di deodoranti dozzinali, a coprire sudori incontrollati. Sempre di adolescenti trattasi. Gli ormoni dettano la loro legge e nulla è possibile cambiare. I programmi sono ormai esauriti. Si fingono ripassi su contenuti dimenticati da tempo. E' in qualche modo uno strano ricominciare da capo. Dai una mano in materie non tue. Rispolveri cognizioni assopite di vaghe lingue straniere e concetti molecolari. Fornisci strategie per un metodo di studio che non convince in fondo nemmeno te. Eppure stai lì, firmi recuperi, dai lezioni individuali ad allievi che ti braccano imprevisti come segugi. E tu non ti sottrai. Apri alle loro richieste e ti lasci dilaniare da morsi non dolorosi, ma impegnativi. Anche i prof alla fine sono esausti. Fumo una sigaretta all'intervallo. Aiuta falsamente ad allentare tensioni costruite altrove.
Accompagno gli allievi fumatori nel parcheggio antistante la scuola. Una pavimentazione autobloccante fa crescere stentati steli d'erbe cattive. Idea di aiuole, pretesto per un parcheggio pieno di macchine già di buonora. Tra due mattoni scorgo una pianta solitaria di camomilla. E' più morta che viva. Ne colgo un rametto. I fiori odorano ancora.
Risaliamo per la prossima ora.

27 maggio 2010

CONTATTI

Intervallo. Sorveglio i corridoi per un mandato che farei volentieri a meno di mettere in pratica. Sguardi inquieti di chi vorrebbe fumare, ma è costretto al chiuso. Nello spazio antistante le aule, comode poltrone invitano a un impossibile riposo. Alcuni ragazzi si svaccano in quel luogo e passano lì il loro piccolo tempo di libertà che li separa dalla prossima ora. Nel gruppo vedo T. con il volto visibilmente gonfio. Gli chiedo che c'è. Dice che ha avuto uno scontro. Gli chiedo se era più di uno. Mi dice che le ha prese da due che lo hanno attaccato insieme. Mi sfugge un "bastardi". Gli chiedo quando è successo, lui mi dice ieri sera. I compagni stupiscono alla mia esclamazione detta tra i denti. Vado via, ma prima dico a T. di non muoversi di lì. Prelevo del ghiaccio dal frigo della sala professori. Avvolgo un sacchetto di plastica pieno di cubi di ghiaccio in una quantità eccessiva di scottex. Creo una rudimentale borsa per il ghiaccio. Torno da T. e gli spiego come metterla sull'occhio e lo zigomo che ancora pulsano. Stranamente docile, obbedisce. A bassa voce, su richiesta dei compagni racconta. Era in giro con la tipa e due giovani stranieri li hanno avvicinati. Hanno allungato le mani sul culo della ragazza e lui è partito alla difesa della sua donna. Le ha prese. Lo rifarebbe. I compagni lo sostengono, dicono che ha fatto bene. Io non dico nulla. Gli aggiusto la borsa sull'occhio. Gli dico di tenerla lì il più possibile. Parlo a lui e a quelli che sono lì. Dico che quando capitano contatti di questo genere, è bene usare subito il ghiaccio che aiuta a far riassorbire prima la botta. L'importante è che non ci siano abrasioni.
L'intervallo è esaurito. Tutti in aula.
Dico a T. di tenere il ghiaccio finchè riesce a sopportarlo. Non mi ringrazia e va via con il ghiaccio premuto troppo forte sulla faccia.

25 maggio 2010

SPIEGARE E CAPIRE

Qualche volta si portano gli allievi in aula informatica. Brevi ricerche, qualche approfondimento, la visione di mondi diversi. E' difficile tenerli fuori da Faccedalibro e quindi verso la fine dell'ora in genere si sbraga. In un tempo minimo, partono tracce musicali di cantanti sentimentali in dialetti locali per me incomprensibili. Gli allievi conoscono i testi a memoria, seguono le melodie, si rimandano le seconde voci.
D. non mi parla da circa una settimana. Mi è oscuro il motivo. Le compagne riferiscono che è arrabbiata con me. Sondo il terreno più volte. Muro. Le dico che mi piacerebbe sapere cosa è successo, così, per andare in vacanza tranquillo e sapere che lei sta bene. Muro 2. Mi turba non conoscere le cause delle difficoltà relazionali dei miei ragazzi. Se sono parte in causa, tendo a chiarire, a sciogliere, disambiguare il più possibile per non creare equivoci. Loro invece vivono di fraintendimenti. Per loro è una specie di codice. Non sempre è facile spiegare.
Certo nemmeno capire. I loro silenzi, le assenze, le lacrime, a volte persino i sorrisi. E quando credo di aver capito, un loro gesto involontario mi restituisce il dubbio.

21 maggio 2010

FIORI DAL PANTANO

Leggo De Luca in classe. Molti ridono sguaiatamente, qualcuno accenna a una colonna sonora di accompagnamento. Dopo circa mezzora di traccheggio, riesco a far leggere Valore a qualche alunno. E' la mia strategia. Quando percepisco che non è aria di lezione, lascio la lenza morbida, non intervengo. Lascio dire e fare, nei limiti della tollerabilità. Poi inizio a distribuire fotocopie. Lascio la lenza. Poi chiedo di leggere. Lascio la lenza. Poi chiedo per la settima volta silenzio. Lascio di nuovo la lenza. Mostro la pazienza del ragno. In realtà di pazienza non ne ho, sono insofferente di natura, il che può spiegare alcuni dei miei fallimenti.
La chiamo la strategia di Santiago, il vecchio pescatore di "Il vecchio e il mare". Lasciare correre il pesce e adagio tirarlo verso la barca, a poco a poco, inavvertitamente. Quasi costringerlo a venire lui da me.
Così faccio con i miei ragazzi. Quando non è giornata, passo l'ora a fare nulla, a chiacchierare con qualcuno che mostra un'idea di curiosità. Divago sui fatti della vita. Aspetto che mi chiedano di fare qualcosa. Basta un indizio e io comincio. Sono poche le lezioni in cui non faccio davvero nulla. Perlopiù cerco di fornire frammenti di conoscenza che li possano accompagnare nella vita. Non sempre riesco. Ma so che ci provo sempre e sono sereno.
Finalmente qualcuno legge, chiedo di leggere ancora e ancora una terza e quarta volta. Alla fine leggo io. Chiedo 10 minuti di riflessione su quanto è stato letto. C'è chi piange.
Tutti prima o poi dobbiamo misurarci con quel marlin. A volte è dentro di noi.

19 maggio 2010

TEMA CHIMERA

Ho due ore in prima. Entro con finto entusiasmo e scrivo alla lavagna tre banali tracce di svolgimento per un tema. L'idea è di salvare più culi possibili. Non ambisco a bocciare nessuno. Capisco che l'aria è carica. D. e G. sono particolarmente irrequiete. Si aggiunge B. che inizia ad inveire e urlare ragioni a me sconosciute. E' un attimo. Dal nulla si definiscono in meno di tre minuti due clan, agguerritissimi e incazzatissimi uno contro l'altro. Non capisco l'oggetto della contesa, ma richiamo al tema, all'importanza di recuperare i voti precedenti. Più di metà classe ne avrebbe bisogno. Voce nel deserto. Le ragazze urlano, si caricano una con l'altra con frasi irripetibili. A un certo punto, devo frapporrmi tra due che si minacciano fisicamente. Obbligo a sedersi. Il frastuono proveniente dalla mia aula è infernale, tutti nella scuola stanno sentendo. Il montare della questione si fa incontenibnile, nessuno svolge il tema. Chiamo la collega a cui piace intervenire in casi come questi. Nessun effetto positivo. La rabbia sale. Sopraggiunge il preside che fa un sentito sermone alla classe sulla necessità di eseguire il compito richiesto. Parole al vento. Infine spedisco le più accese in aule con colleghi con l'ora libera. Sparpaglio il gruppo e riprendo la situazione in mano.
Sono passate due ore. Il tema non è stato svolto da nessuno. Il preside nel sentito sermone ha detto che non si potrà farlo in altro momento e fioccheranno gli nc. Io trasgredisco e dico che vedremo la prossima lezione. Dentro di me so già che darò un'altra chance.

18 maggio 2010

COUNT DOWN

Mancano pochi giorni alla fine dell'anno scolastico. L'atmosfera è carica di tensione, è esplosiva per tutti. Gli alunni hanno le ultime chances per correggere insufficienze incolmabili, i docenti non ce la fanno più, usurati da un anno vissuto pericolosamente. Basta un nonnulla ed è la rissa, verbale o fisica. Tra colleghi ci diciamo di tenere alta la guardia, ma comunque le relazioni difficili ci sfuggono di mano. A volte penso la scuola come un organismo integrato, dove le tensioni di ognuno cercano un qualunque posto dove scoppiare. Magari sono le mie tensioni che inavvertitamente passo alla classe che le metabolizza a modo proprio. In genere, con violenza. Non sono bei momenti, sicuramente c'è molta energia, vita che scorre e che chiede i suoi prezzi.

DOLORI

Il dolore assume diverse forme. Passa sui volti e nei cuori di queste esistenze ferite senza che nessuno se ne accorga. I ragazzi nemmeno si rendono conto, ma il dolore impasta le loro vite, le scarnifica senza riuscire a dare loro un senso. E' dolore il fidanzato che se ne va con un'altra, che picchia, rompe setti nasali. Ma viene insensatamente riaccolto. E' dolore la figlia che non sorride mai, perché non ha elaborato il lutto per la perdita del padre. Vedi il dolore disarginato della madre che in colloquio ti racconta come la figlia in una sera di pioggia abbia preso la bici e sia corsa al cimitero per vedere dalle inferiate chiuse la tomba del padre, almeno da lontano. Le lacrime le scorrono incontenibili mentre parla. Sai che anche lei non ha elaborato la perdita del marito. Percepisci l'amore che li legava. E' dolore tenuto a bada da forze sconosciute quello di una collega che si sta separando dal compagno, ma che nonostante tutto è in aula, fa lezione e sorregge i ragazzi che piangono per le loro tragedie quotidiane: una borsa sottratta, uno sguardo sbagliato, una parola di troppo.
Il dolore è in noi, intorno a noi, ci passa accanto ogni momento, ci attraversa. Non abbiamo risposte, ma siamo qui.

11 maggio 2010

V FOR VENDETTA

Odio la violenza e tutto ciò che è connesso inevitabilmente ad essa. Voci alte, insulti, mani addosso in modo improprio, silenzi oppositivi, sguardi feroci, mancanza assoluta del rispetto del tuo lavoro, scontri verbali o fisici, invasione dello spazio privato. Ma anche lo sguardo stupratore dei ragazzi sulle ragazze, che ridono dandosi della puttana a vicenda e le urla sguaiate preludio di altro che esploderà a breve, senza che tu possa fare nulla per evitarlo. Tutto ciò mi atterrisce, anche se mantengo il mio inossidabile aplomb britannico. Nessuno vede niente. Dentro mi sento devastato. Insomma, ho sbagliato mestiere. Lo credo spesso, davanti al bailamme a cui assisto ogni giorno. Ieri F. e L. si sono messe le mani addosso. All’improvviso sono volati schiaffi, bottigliette di acqua, insulti reciproci. Gli amici le hanno divise. Qualcuno incitava allo scontro. Fuori dalla scuola il duello ha rischiato di continuare. Sono sceso in cortile insieme al preside. Volti concitati, arrossati nel tentativo di contenere l’esplosione di rabbia cieca e furiosa che prende queste giovani adolescenti e non le molla. Non sanno gestire minimamente le emozioni, nessuno ha insegnato loro nemmeno un rudimentale alfabeto emotivo. Forse non lo fa nessun genitore. E questo spiega le difficoltà legate alla sfera delle passioni di tanti teenager. E di tanti adulti. Molti genitori non sanno spiegare i loro sentimenti ai figli né le loro emozioni. Non se ne parla. Punto. “Qual è la consolle che vuoi?”.
F. è stata portata via da un’amica, L. resta con altri amici nel parcheggio antistante la scuola. Schiuma di rabbia, la invito a respirare profondo, a riprendere un ritmo più lungo, a inglobare aria. Lo fa e si rilassa. Non le sembra vero. Ora è rimasta solo la rabbia per l’orgoglio ferito. Tutto è rinviato a domani.
Il preside sconsolato ed io rientriamo.
L’ascensore è guasto. Quattro piani a piedi.

10 maggio 2010

MAIEUTICA IN PILLOLE

Ho una forte sensibilità. Probabilmente eccessiva per i tempi che viviamo. Contano perlopiù il denaro, il potere e i corpi fulgenti che possono aprire la via al primo o al secondo. Se non vai in battaglia alla conquista di qualcosa non sei nulla. Odio le battaglie. Amo l'ombra e la quiete, quello spazio che si apre quando sei in una dimensione di tranquilla solitudine o con un amico di vecchia data che su di te ha sospeso il giudizio da almento dieci anni. Allora do il meglio di me stesso. Ma questo non è quasi mai possibile. Gli amici stanno lontani e il mondo preme perché tu entri nell'agone quotidiano. E allora via, signori tutti in maschera.
La parte che mi viene meglio è quella del duro, quello su cui fare affidamento nei momenti difficili. E che sa interpretare i volti, da uno sguardo sfuggente o da un'occhiaia di troppo. I ragazzi dicono che li leggo dentro. Percepisco la loro inquitudine, ma anche la sicurezza che qualcuno li può sempre capire. I colleghi chiamano sempre me quando c'è qualche pasticcio che odora vagamente di ingestibilità. Io arrivo con la mia flemma britannica, ascolto le parti, faccio il paciere, rassereno gli animi. Una parola qua,una mano sulla spalla là, una distrazione fatta di niente e il gioco è fatto.
Adoro far tornare il sereno dopo le tempeste.

5 maggio 2010

DUBBI

Piove. Ininterrottamente ormai da giorni. S. arriva a scuola in canotta tipo cagi. Gli dico di provare a dare una definizione di “decoro”. Mi dice che lui si veste come vuole, che non è intenzionato a cambiare il suo modo di abbigliarsi. Fuori ci sono 10 gradi. Gli chiedo cosa farà tra poco, visto che l’estate è alle porte. Forse verrà in mutande. B. mangia cioccolata in continuazione. Mi chiede cosa succede a mangiarne troppa. Non ho la risposta. Gli dico comunque di stare attento che non si sciolga nelle tasche dei pantaloni o nello zaino. Mi ringrazia per il suggerimento. A volte ho l’impressione di nuotare in un acquario di pesci esotici, ognuno con abitudini e stili di vita diversi. A me è richiesto di conoscere tutte le specie. Ma sono ignorante, mi manca una parte del manuale per l’uso. Ho il dubbio che non esista.

4 maggio 2010

EROI DI OGGI

A volte ho la sensazione di assistere ad un'adunanza di eroi. Gli eroi inconsapevoli sono i miei alunni. Hanno attraversato tragedie familiari, abbandoni di ogni tipo. Spesso sono stati maltrattati, non curati, isolati dalla stessa famiglia che invece doveva proteggerli. A 15 o 16 anni hanno vissuto infinite vite, fatte spesso di disperazione, carcere, morti di genitori, padri e madri cancellati dal tempo della loro adolescenza selvaggia. Eppure sono qui. Dopo il loro breve ma intenso viaggio per percorsi di cui a stento hanno capito gli arrivi e le partenze, sono qui. Qualcuno lo vedi fuori dalla scuola già alle 7.15. Le lezioni iniziano alle 8. Con testardaggine e cocciutaggine estrema si presentano in aula senza un perché, senza un motivo apparente. Anzi ti fanno capire in tutti i modi che a loro non importa nulla di imparare ed essere lì. Ci sono perché devono. Eppure sono lì e non mancano nemmeno un giorno. Non oso immaginare cosa li spinga a scuola pur di non rimanere a casa. Per qualcuno la casa è la scuola.

3 maggio 2010

CORPI

A un certo punto il corpo non conta più. Non è più bello, atletico, tonico. I muscoli sono morbidi, la pelle s’inflaccida e le rughe non danno tregua. Anche gli occhi non splendono più, se non sotto la spinta di eccesso alcolico. Quando ti muovi scricchioli e solo l’idea di un gesto atletico ti commuove in ricordo di tempi andati. I ragazzi, loro, no. Vivono l’eterna performance dei loro giovani corpi come immutabile. Si nutrono di junk food “che tanto non ingrasso”. Tra dieci anni li vedi sbudinati, ma non glielo dici. Anzi a volte sì, ma le parole usate non sortiscono nessun effetto.
Non fanno sport di alcun genere, non camminano nemmeno in trekking leggero, non fanno escursioni, né a piedi né usano la bici. Il mezzo di elezione è il motorino. Non fanno un passo senza.
Mi chiedo per quanto terrà il mio corpo. E mentre me lo chiedo, qualcosa sta già franando.

27 aprile 2010

BREVI AMORI

D. e S. si sono fidanzati. Lei è di prima, lui di seconda. Si sono messi insieme venerdì e già tutti all’intervallo ne parlavano. I due sembrano davvero presi uno dall’altro, anche se la coppia a un primo sguardo pare improbabile. 1.70 lei 1.50 lui. Un duo sbilenco ma evidentemente ha un suo perché. Lunedì l’idillio prosegue. Mano nella mano, occhi negli occhi, tubano come due colombe. Sarà la primavera. Martedì tutto è finito, si sono mollati. Grande, intenso, ma breve amore durato lo spazio di poco più di 48 ore. E’ così. Tempi veloci, amori che rincorrono il tempo e lo battono. Domani si vedrà. D. piange calde lacrime per tre giorni di seguito. S. fa il duro, ma si capisce che ne soffre. Si barrica dietro un granitico auto convincimento: “Tanto me le scopo tutte quando voglio”. L’importante è crederci.
Gli amici maschi assentono compresi nel ruolo.

25 aprile 2010

DOPO GLI ACQUAZZONI IN GENERE I CIELI SONO BELLISSIMI

Mi alzo come il solito alle 5.40. Fuori il cielo è sbavato di viola, dopo un temporale durato tutta la notte. Respiro l’aria fresca dell’alba. Faccio fatica ad aprire i polmoni, la cassa toracica lavora al minimo. Ho bisogno di aria e impegno il respiro. Lascio la finestra aperta così i locali respirano. Ho l’impressione che anche gli ambienti abbiano bisogno di respirare, di cambiare l’aria che li occlude. Penso ai miei studenti, piccoli cuori chiusi in vite troppo pesanti per l’età che vivono. Eppure respirano, a volte al minimo per non invadere lo spazio, per non disturbare. Altre volte i respiri si fanno ravvicinati, inglobano vistosamente aria, in momenti di collera che non sempre si sgonfiano subito. Spesso una rabbia compressa li fa esplodere per minime cose, o perlomeno a me sembrano sciocchezze, impotente a penetrare il loro mondo per davvero.
E poi improvvisa scoppia una risata, come un fuoco d’artificio ne trascina altre e poi altre ancora. E torna il sereno. Tu richiami all’ordine, è il tuo mestiere. In realtà sei sollevato, contento che tutto fluisca di nuovo, nell’ordine di un nuovo giorno lavato dal temporale della notte. D’altronde si sa che dopo gli acquazzoni in genere i cieli sono bellissimi.

22 aprile 2010

A VOLTE RITORNANO

F. dopo aver urlato ai quattro venti che non sarebbe mai più tornata "in questa scuola di merda", decide di fare un'ulteriore comparsata. Viene quando vuole. A casa si annoia. Qui ritiene di avere lo spazio per fare quello che vuole e lo fa. Ha 15 anni, lo sguardo sfuggente di chi ha paura e si sente braccato. Bassa per la sua età, pelle ambrata, capelli selvaggiamente riuniti in una specie di coda. Ti guarda con occhi felini e tu capisci che immagina una preda, perlomeno qualcuno da abbattere. E non sai perché, ti manca un tassello. Ci prova nella tua ora e tu ancora una volta porgi la gola. In fondo è il tuo mestiere, ti pagano per questo. Dopo il quotidiano logorio a suon di: "F. vuoi abbassare la voce? Puoi levare le cuffie? Puoi toglierti dal banco e sederti su una sedia?".
F. urlandomi in faccia, la classe pressochè impietrita: "Perchè lei mi da della deficiente e dell'ignorante, lei non porta rispetto RISPETTO, lei sa cos'è il RISPETTO?"
Io: "Sai F. mi pagano per..."
F. "Dove cazzo crede di essere, non mi sfidi, non le conviene sfidarmi"
Io: "Mi spiace, mi pagano per sfidarti tutti i giorni..."
F.: "Lei mi deve mollare, NON MI DEVE STARE ADDOSSO, HA CAPITO, HA CAPITO?"
Io la guardo e la osservo con attenzione. Lei si sente scrutata e si arrabbia ancora di più. Le dico di farsi un giro in direzione e poi, con calma tornare. Le consiglio anche di togliersi il pensiero e di denunciarmi subito, appena esce da scuola, così non ne parliamo più. Mi dice che lo decide lei quando mi denuncerà, che a me non deve interessare. La osservo arrabbiarsi con una collega che, sbagliando nell'intervenire, crede di dovermi soccorrere.
La collega parte con una pippa che mi sto addormentando pure io e si piazza davanti alla porta. Dico a F. che lei non sa accettare la sfida, perché viene a scuola quando vuole, non ci sta dentro e infatti vuole uscire. La ragazza è un toro scatenato, sfonda la collega in posizione di sbarramento ed esce urlando.
Fine dell'atto.

21 aprile 2010

I’VE A DREAM

A volte penso che alle scuole professionali come quella in cui insegno manchi un allure, qualcosa che si potrebbe definire “stile”. Uno stile che in parte riuscirebbe ad invertire lo squallore in cui sono immersi gli studenti, uno squallore che è prima di tutto estetico.
Immagino questa scuola nelle Highlands scozzesi. Le ragazze con kilt d’ordinanza, magari un blackberry, tartan blu e verde scuro, camicie bianche e scarpe basse, rigorosamente nere. Una divisa non avvilente per tutte. Poco o niente trucco, nessun profumo pesante, niente trucchi o parrucchi improbabili, piercing in ogni dove o altri accessori di dubbio gusto. Per i ragazzi sarebbe più semplice. Pantaloni neri con riga in tinta dei colori della scuola, camicia bianca e cravatta nera. Facile, portabile, esteticamente gradevole.
Nelle mie classi ho visto rosari al collo, portati come collane, tatuaggi a vista su avambracci, polpacci o piedi. Sirene, farfalle, elfi, fate, nomi di madri, di padri di fidanzati indimenticabili. A volte la scuola sembra più una taverna equivoca in un porto orientale piuttosto che un luogo di trasmissione di sapere. Non importa. Io ci lavoro comunque. Anzi è doveroso essere qui e non nelle Highlands scozzesi.