Accogliamo le famiglie per comunicare l'esito degli scrutini. Metto il mio abito migliore e scelgo con cura la cravatta. Alcuni allievi, venuti a scuola con i genitori, stentano a riconsoscermi. Di solito, porto abiti informali. Ma l'evento esige scuola in parata e noi docenti anche. Iniziamo a ricevere alla spicciolata e a fornire motivazioni e legittimazione di giudizi. Come in gioco perverso, mi trovo ad essere solo ad annunciare le bocciature o le salvezze alle famiglie. Inizio con metodo il lavoro di ricevimento. Mi appare infinito. Mi sembra di essere un medico condotto con la sala d'attesa zeppa di pazienti. Mi raggiunge per decoro qualche collega. Poi si defila, come preso altrove.
Perviene tra gli altri, con cappellino da baseball calato sugli occhi, la madre della sciagurata che ho tentato di salvare. Sulla scheda di valutazione campeggiano le mie uniche sufficienze. Mi attacca direttamente, la percepisco alla giugulare; a dire che abbiamo fermato casualmente tre ragazze provenienti dal suo quartiere. Secondo lei, più della metà classe era da fermare. Per lei l'ingiustizia è palese. Squadra con aria sospetta il mio abito buono e dice che siamo una manica di incompetenti. I ragazzi non li aiutiamo per niente ed è evidente che abbiamo diversi problemi. Aggiunge che se sua figlia è una scema, non la manderà più a scuola. La ragazza ha 14 anni e non ha mai ripetuto una classe. E' visibilmente alterata, io non reggo un confronto così diretto e inaspettato, anche se tento risposte a tono. Le voci alte attraggono collega di scientifico che mi soccorre. E' uomo di mediazione più di me. Io esco sconvolto. Non reggo le aggressioni verbali, mi entrano dentro senza ritorno. Mi imbuco in aula vuota e fumo una sigaretta. Il cuore decelera a fatica.
Non mi raccapezzo sull'attacco personale appena subito. Sono emotivamente alterato. Dentro di me maledico la mia lungimiranza. Avevo ragione. Abbiamo agito, in qualità di collegio docenti, come la madre scellerata. Non abbiamo dato chance alla ragazza, esattamente come non ne dà sua madre. Siamo uguali. Come previsto, l'abbiamo persa per sempre.
Mi carico di colpe non mie ma che pesano comunque. Fumo un'altra sigaretta.
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23 giugno 2010
ELENCHI DEI DISPERSI E DEI SOPRAVVISSUTI
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22 giugno 2010
SCRUTINI FINALI
Fine dei giochi. Valutazioni in centesimi, spacchettate in competenze e modelli formativi erogati. Da perderci la testa. Si tirano le somme. Mi lascio coinvolgere in una patetica apologia per un'allieva insalvabile. Sono l'unico che perora la causa. Ci metto l'anima. Parlo di cambiamento in corso, di step metodologici che la ragazza inizia ad apprendere, di temi svolti di discreto livello, di poesie riscritte con sentimento, della sua disabilità cognitiva. Non gioco quest'ultima carta. La aggiunge il direttore. Inutile. Il voto inappellabile del consiglio è contro. Come la muraglia cinese, risulta inattaccabile. Nessuno ascolta le ragioni. Nessuno vuole offrire una chance. Nessuno accetta la scommessa della possibile crescita. La ragazza è perduta. Forse per sempre. Mi prende una fame come fosse chimica. Obiettivamente ho speso forze su cui non potevo contare. E' l'ora di pranzo e mangio voracemente zuppe di cereali offerte da colleghi pietosi. Il direttore aggiunge dello sgombro in scatola. Mi riempio di cibo fino a scoppiare. Il dolore non passa e le energie non si ricompongono.
La sera dojo per due ore. E' una fortuna. Scarico sul tatami l'accumulo della giornata lavorativa. Dopo un allenamento con tecniche di gambe da puro massacro, il sensei mi fornisce di bō (棒 : ぼう). E' il bastone con cui i contadini di Hokinawa portavano in modo bilanciato due secchi d'acqua sulle spalle. Ora è un'arma micidiale. Fendo l'aria con un inizio di kata. Il bastone piroetta nell'aria troppo veloce. Credo di dominare l'arma e mi faccio prendere la mano dalle mie energie scomposte. Dopo circa dieci minuti in cui fingo di essere un samurai, colpisco secco lo stinco destro. La palestra amplifica il rumore in modo imbarazzante. Il sensei non fa una grinza e mi dice: "Meglio lo stinco che la testa". Proseguo l'allenamento. Sto più attento. Non provo dolore, ma faccio fatica. Domani avrò un livido.
La sera dojo per due ore. E' una fortuna. Scarico sul tatami l'accumulo della giornata lavorativa. Dopo un allenamento con tecniche di gambe da puro massacro, il sensei mi fornisce di bō (棒 : ぼう). E' il bastone con cui i contadini di Hokinawa portavano in modo bilanciato due secchi d'acqua sulle spalle. Ora è un'arma micidiale. Fendo l'aria con un inizio di kata. Il bastone piroetta nell'aria troppo veloce. Credo di dominare l'arma e mi faccio prendere la mano dalle mie energie scomposte. Dopo circa dieci minuti in cui fingo di essere un samurai, colpisco secco lo stinco destro. La palestra amplifica il rumore in modo imbarazzante. Il sensei non fa una grinza e mi dice: "Meglio lo stinco che la testa". Proseguo l'allenamento. Sto più attento. Non provo dolore, ma faccio fatica. Domani avrò un livido.
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29 aprile 2010
VALUTAZIONE
Si profila la fine dell'anno scolastico, quindi la necessità di valutare gli allievi. Mi sento sempre a disagio in questo frangente. Già la parola "valutare", dare valore, conferire una certa misura, giudicare alla fine. Si ipotizza un piu' che valuta appunto un meno, ne indaga le mancanze, ne mette in luce i difetti. E' qualcosa che non mi corrisponde. Inoltre dobbiamo giudicare degli adolescenti, organismi tipicamente in crescita e quindi in cambiamento continuo. La valutazione inevitabilmente fotografa e quindi non rende mai il vero.
Mi faccio coinvolgere dalla giostra delle decisioni prese da altri. Non sono abbastanza assertivo per promuovere efficacemnte il mio punto di vista. Mi lascio fare. Fosse per me promuoverei tutti, indistintamente. La sensazione è che la promozione o la bocciatura di un allievo sia la risultante di quanto un collega si sia battuto per lui all'interno di quelle famigerate sessioni definite scrutini.
Mi faccio coinvolgere dalla giostra delle decisioni prese da altri. Non sono abbastanza assertivo per promuovere efficacemnte il mio punto di vista. Mi lascio fare. Fosse per me promuoverei tutti, indistintamente. La sensazione è che la promozione o la bocciatura di un allievo sia la risultante di quanto un collega si sia battuto per lui all'interno di quelle famigerate sessioni definite scrutini.
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