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11 settembre 2010
GENTE E CASE
Sono di nuovo in terre di confine. Per andare dal mio amico percorro una strada poco agevole, stretta e pericolosa. La via è segnata sulla sinistra da una grande casa che appare disabitata. E' una specie di bicoccca giallastra, diroccata, attaccata dal tempo e dall'aria umida del luogo. Davanti la ingentilisce un alto pino argentato, ricco di frasche e sempreverde. C'è un che di malinconico nell'insieme che conferisce fascino alla dimora, abbandonata, insieme all'evidente vitalità della pianta. Penso a un mio vicino di casa. Un uomo ormai avanti negli anni, abita una casa trascurata e sporca. Nel quartiere si è procurato una pessima fama, per il suo carattere introverso e rissoso. Se qualcuno occupa il posto macchina che reputa suo, non esita a rigare fiancate e bucare gomme. Bestemmia spesso tra sè e sè e traffica con pezzi di lamiera giorno e notte. Non si capisce se si tratti di un lavoro o di un eterno trasloco. Soprattutto di notte, l'uomo procura baccano a nonfinire, con il suo andare e venire da un cortilaccio interno alla sua dimora. A volte compare la polizia per controlli. Ma uno dei giorni scorsi l'ho visto per caso appoggiare due rami di lauro sulla finestra di altra vicina anziana, a sua volta schiva e solitataria. Il gesto era gentile e delicato. La gente. Ci pare in un modo, inequivocabile e chiaro. Poi però, effetto speciale. Alcune case in ogni modo assomigliano a qualcuno che crediamo di conoscere. A volte è così, altre ci stupiamo.
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7 giugno 2010
APPUNTO SCIOLTO DI UN PROF QUALSIASI
Ora buca. Ultima settimana. Nessuno ci sta più dentro. Ho bisogno di fumare. Raggiungo il parcheggio antistante la scuola. Vago tra le macchine e aspiro ampie volute di fumo. Nella solita aiuola abbandonata a se stessa svetta impertinente il gambo di un papavero. Una sola pianta. Un solo fiore. In verità c'è un altro fiore più piccolo, accanto. Non ce l'ha fatta. Sta visibilmente morendo. Ma l'altro no. E' lì a offrire la sua corolla inconsistente al vento fatuo di una mattina ormai inoltrata. Il cielo è coperto. Ondeggia debolmente, ma resiste. Domani forse non ci sarà più. Non oso coglierlo, come ho fatto un giorno con analogo fiore di camomilla. Si sa che fine fanno i papaveri. Impossibile formarne un serto. Muoiono all'istante. Mi sento un papavero. Molti di noi lo sono inconsapevolmente. Fragili, ma con la presunzione di farcela, anche soli. Ci ammantiamo di una prosopopea che odora di una boria arrogante che solo l'uomo è in grado di elaborare. Ma mentre ci accorgiamo della nostra finitezza, siamo già in altra dimensione. Spesso si muore. Sono questi i momenti in cui considero l'ipotesi che esista un creatore o una creatrice. Ma non ne sono sicuro. Resta l'ipotesi.
Torno dai papaveri che ho lasciato in aula.
Torno dai papaveri che ho lasciato in aula.
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