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13 agosto 2010

OGGETTI

(Il mio è molto più piccolo. Anche il colore è diverso)
Parto anch'io alla fine. Non lontano. Una settantina di chilometri mi separeranno da casa. Si può fare. Viaggio leggero. Uno zaino limitato mi accompagna. Certo mi attende luogo attrezzato. Due magliette di cotone e due paia di pantaloni americani. Uno va l'altro viene. Intimo qb. Calze, taccuino e scatola tascabile di colori. Agenda sempre presente, a segnare appuntamenti e impegni che non ricorderei in altro modo. A settembre si riparte. E' vicino e le questioni di scuola esigono un minimo di impegno previo. Che consiste in un paio di letture estive del tutto casuali. Porto con me anche oggetti inutili che qui non voglio rammentare. Perchè poi. Doppia domanda si intende. Alcuni dei miei, oggetti voglio dire, producono un rumore come di campanellini. Fanno compagnia e imprimono suoni divertenti in situazioni impreviste. Quella piccola confusione corsara fa sorridere anche me. Porto anche i nunchaku da bunkai (è arma da studio, costruita in rattan ricoperto in gomma morbida). Non fanno male ad una mosca, ma allenano il corpo per nuove fatiche invernali. "E' bene non mettere in stand by il fisico" - sentenziò ultima lezione il sensei. Proseguì con una cosa molto marziale: "La pausa non va bene per chi si allena a karate. Fare pausa è da deboli". Punti di vista. Comunque ho i compiti delle vacanze. Pare che i miei polsi non siano abbastanza snodati, sicchè le spalle mi si irrigidiscono nei movimenti. L'allenamento mi aiuterà a sciogliermi. Spero. Vado in montagna. Occorre vestirsi pesanti. Preferisco le villeggiature montane. La gente è costretta a esibire i corpi in misura contenuta. C'è meno carne al vento, più attenzione alle scarpe che porti che alle braghe che indossi. Le donne poi sono vestitissime. Bello immaginare più che vedere squadernato senza pietà nè fantasia. Il mare, è noto, è bello d'inverno. Porto anche un paio di felpe pesanti e una maglia di magica microfibra. Lo zero termico è sempre in agguato a certe altitudini. Aggiornerò quando posso e non so se potrò. Non posseggo pc. E' una delle questioni che devo risolvere al rientro. L'ho segnato sull'agenda. Altrimenti l'ineffabile patagonico di Internet Point rischia di avermi come cliente fisso per sempre. Meglio di no. Il per sempre mi atterrisce. Domani grandi pulizie e riordini. La casa infatti è una specie di campo di battaglia. Sarò schiavo di me stesso per mezza giornata almeno. Tanto ci vuole per rendere una parvenza di abitabilità a qualcosa che assomiglia ad oggi ad una tana. Farò il possibile. So già che al rientro avrò ancora molto da fare. La casa in cui si abita è una specie di gorgo marino. Occorre fare molta attenzione a non finirci dentro. Si rischia di non uscirne mai più. Sono più sensibile alla pulizia che all'ordine. Quest'ultimo poi è questione delicata e soggettiva. Di contro, credo di avere vedute molto larghe. In genere. In ultimo, porto anche un anello che produttori elvetici garantiscono segni emozioni. Risulta assai mutevole. Questo lo sapete già.

28 luglio 2010

CADERE

I miei allievi cadono spesso. In modi impensati a tratti stravaganti e pericolosi. Dalla moto, dall'autobus che li porta a scuola, nei corridoi e dai banchi in bilico tra una sedia e l'altra. A volte, sono cadute in cui si fanno davvero male. Se durante le ore di scuola e i momenti di intervallo accade, piangono. Allora i loro occhi cambiano colore. Si fanno più scuri e acquosi per alcuni istanti. Poi passa. Spesso sotto le coccole complici di un amico. Che il giorno dopo con tutta probabilità cadrà anche lui. E il giro ricomincia. Tutti si cade. Da quando si nasce a quando ce ne andiamo per sempre, continuiamo a farlo. A volte, non ci accorgiamo, ma succede. Ci sono cadute che si vedono. Il bimbo che impara a camminare, la vecchia che non vede il marciapiede. Ma anche le cadute spettacolari degli sportivi professionisti. Ogni franata vale milioni. E poi il piede in fallo dell'escursionista, un esame fallito di un universitario annoiato e attonito. I custodi di ampie dimore raramente cadono. I padroni di quelle favolose magioni invece cadono dalle loro auto di lusso. Spesso ubriachi o fatti come narcos colombiani. Massimo rispetto per la República de Colombia e il Mar dei Caraibi che la bagna. Cade il giovane artista alla prova. Davanti a una crosta giovanile e acerba il maestro a cui chiese opinione disse: "Cosa ti posso dire, non mi viene in mente nulla". Si schiantano di continuo cinture nere a molti kyū (livelli di abilità). Accade su asiatici tatami che non attutiscono più di tanto. Si rialzano e ricominciano come se fosse sfracellato solo l'avversario. Cade la pioggia, inesorabile e fredda. Cade la neve, soffice e inaspettatamente calda. Cade la pettegola dal nido. Non sa ancora volare. Cade il pesce acchiappato all'amo fortunato di pescatore domenicale. Trova fratelli morti in un cestello verde ringhiera. A maglie rade, per farli respirare. Perché. Li raggiungerà a breve. Cade il ponte provvisorio a cui cede un pilone. Con lui cadono macchine di passaggio. Cade l'acqua dalla cascata impetuosa e possente. Miriadi di gocce cadono intorno a formare foreste sempreverdi e pluviali. Nelle abitazioni, cade l'uovo nel piatto, i bicchieri vanno in frantumi da mani tremanti e indecise. Le case in ogni parte del mondo sono piene di vetri rotti. Le schegge si ritrovano anche dopo anni sotto credenze antiche. Cadono foglie in stagione appropriata. Giardinieri abituati e stanchi raccolgono metodici. Chiudono in sacchi neri ingoiati da macchine panciute dall'aspetto allegro. Quei resti di giardini curati da estranei cadranno tutti in discariche, mischiati a sacchi di provenienza diversa. Ci sarà dentro di tutto. Vecchi fumetti dimenticati, mozziconi inutilizzabili di matite colorate, gusci d'uovo. Non è importante quanto si cade, quanto si resta stesi, quanto ci si faccia male o si percepisca dolore. Importante risulta rialzarsi. Spolverare le ginocchia sbucciate. E proseguire. Eventualmente incerottare. Si rimanga sereni. Siamo inevitabilmente funamboli. Votati a momentanei annientamenti.

- Solo per chi pratica o vuole avvicinarsi a una qualsiasi arte marziale. Ma anche per curiosi di passaggio. Nel sistema kyū/dan i gradi per principianti cominciano con un kyū numerato in maniera crescente, ad esempio 9 kyū. Il livello avanza in maniera decrescente fino al kyū di numero più basso. Il dan inizia col 1 dan (Shodan, o "cominciando a dan"), sino a giungere ai dan di grado più elevati. I gradi sono assegnati come una "cintura di colore" o mudansha. I karateka con grado di dan sono riconosciuti come yudansha (possessori del rango di dan). Il yudansha porta tipicamente una cintura nera. I requisiti dei ranghi differiscono fra stili e scuole diverse. Un'età minima e il tempo nei gradi sono fattori valutativi di una certa rilevanza.

27 luglio 2010

DIFESA O PARATA E' GIA' ATTACCO

Torno alle lezioni di karate. Bel clima. Fuori si prepara tempesta perfetta (è titolo di film tradotto in italiano, diretto da Wolfgang Petersen nel 2002). Arriverà di notte. La città per allora dormirà. Chi si allena sente l'umidità dell'aria. Si suda più intensamente, ma la temperatura si è abbassata piacevolmente. I corpi sudano freddo. Oggi lezione essenziale di kobudo. Il Kobudo di Okinawa usa varie armi tradizionali, per lo più di origine contadina. Nel dojo si studia il Kobudo di Okinawa appunto. Sono trascurati il Kobudo giapponese e il Kobudo delle scuole Ninja inteso come Arte antica del guerriero. Le armi utlizzate come detto sono numerose. Per ciò che concerne il Kobudo di Okinawa, oggi spesso s'incontra assimilato all'interno delle scuole tradizionali di jujutsu. E' insegnato l'utilizzo di attrezzi agricoli come armi. In realtà, una gran quantità di arti marziali utilizza armi. Non è innovazione. Spesso si tratta di tecniche desuete. Si pensi ad esempio alla Escrima, conosciuta anche come Kali, antica arte di combattimento filippina. L'Occidente si balocca più volentieri con judo, aikido, kungfu o altre arti diffuse. Che siano di movimento o meditazione, non ha importanza. Le scuole europee non escono volentieri dal conosciuto, che è anche il più richiesto dal mercato della difesa personale. Anche dallo sciocco desiderio di passare cintura.
Prime notizie dell'Escrima si hanno nell'epoca delle iniziali conquiste coloniali. Quei viaggi seguirono alle scoperte dei nuovi mondi attuate da noti navigatori agli inizi del '500. Quando i conquistadores iberici approdarono nelle Filippine, trovarono ad accoglierli tribù agguerrite. Usavano armi tradizionali per difendersi. Ferdinando Magellano ad esempio, venne ucciso nella battaglia di Mactan del 1521 dal venerato capotribù Lapu-Lapu. Lo stesso Pigafetta ce ne fornisce notizia nel suo diario di bordo. Scrive come gli indigeni uccisero Magellano e molti dei suoi uomini con lance e con specie di scimitarre. Li fecero suppergiù a fette. Dopo la conquista, gli spagnoli vietarono l'utilizzo dell'arte marziale indigena. Rimase comunque occultata diabolicamente nelle danze e nei rituali popolari. Gli spagnoli volevano sostituirla con scherma spagnola. Cocciutaggine iberica. Evidentemente non ce l'hanno fatta. Sicché il kali nella sua versione moderna è giunto fino a noi. Anche se con chiara infuenza spagnola che non si è potuta evitare. Il Kali-Arnis-Escrima non si è evoluto in senso sportivo come altre arti marziali. In particolare, si pensi alle tecniche giapponesi e cinesi. Ha mantenenuto invece una certa impronta bellicista dovuta alla sua origine. La particolarità dell'Escrima è che l'allievo principiante comincia lo studio dell'arte marziale imparando ad usare le armi da subito. Solo in seguito si passa al combattimento a mani nude, applicando tecniche e tattiche di combattimento apprese con le armi. Il più di altre arti marziali cominciano invece sviluppando il combattimento a mani nude; prima di passare, là dove siano utilizzate, alle armi. Secondo i sensei filippini avere la disponibilità di un'arma, pone in vantaggio durante un combattimento. Inoltre, è da considerare che utilizzare un'arma focalizza l'attenzione e velocizza i movimenti. Si apprendono movimenti che si dimostrano utili anche nello scontro disarmato e vitali in caso si fronteggiasse a mano nuda un avversario armato. Non ci si riesce a difendere da certe armi, come un coltello, se non si conosce a propria volta come usarle. Se non si ha un'arma a disposizione, il corpo stesso deve diventare un'arma. In questo senso una parata diventa, agita, una prima forma d'attacco. Presentarsi totalmente e autenticamente inermi è cosa di altro mondo. Si potrebbe dire da guru. Per chi crede che abbiano una qualsivoglia valenza.
L'arma più diffusa per cominciare l'apprendimento dell'Escrima è il bastone in rattan (si ricava dal giunco di bambù. Si ottiene asportando la parte superficiale della pianta). Nella lingua autoctona è chiamato olisi, baton, o con altri termini ancora. A seconda dello stile. Lungo quanto il braccio di un allievo, varia dai 45 ai 70 cm. Altri bastoni usati per l'allenamento è possibile siano realizzati con legni più resistenti e duri del rattan. Sono usate anche aste d'alluminio o costruite con plastiche molto resistenti. Si comincia con l'imparare il combattimento con due armi, che possono essere due bastoni, due coltelli o un bastone e un coltello. Altre armi tradizionali possono essere il bastone lungo, il bastone da pugno il pocket stick, la lancia, lo scudo, la frusta e il nunchaku. Queste si aggiungono alle classiche armi da taglio filippine di medie dimensioni simili a quelle malesi: bolo, kampilan, barong, kriss. Quest'ultimo è descritto da Salgari ne I misteri della giungla nera. Anche ne I pirati della Malesia, mi pare che che l'autore ne parli. C'è di mezzo la setta dei Thugs della Tigre dell'India. "Se la Tigre dell'India è furba, quella della Malesia non lo sarà meno. Vieni, Yanez" (cap.II, da Le due tigri, Salgari 1904).

bolo - specie di machete
kampilan - arma da taglio con lama assottigliata verso l'impugnatura
barong - arma da taglio con lama a foglia leggermente curvata all'interno
kriss - arma da taglio con lama serpeggiante. Esiste anche in diverse dimensioni. In genere, più piccolo.

16 luglio 2010

UNA PARATA O DIFESA E' GIA' UN ATTACCO

Torno alle lezioni di karate. Bel clima. Fuori si prepara tempesta perfetta. Arriverà di notte. La città per allora dormirà. Chi si allena sente l'umidità dell'aria. Si suda più intensamente, ma la temperatura si è abbassata piacevolmente. I corpi sudano freddo. Oggi lezione essenziale di kobudo. Il Kobudo di Okinawa usa varie armi tradizionali, per lo più di origine contadina. Nel dojo si studia il Kobudo di Okinawa appunto. Sono trascurati il Kobudo giapponese e il Kobudo delle scuole Ninja inteso come Arte antica del guerriero. Le armi utlizzate come detto sono numerose. Per ciò che concerne il Kobudo di Okinawa, oggi spesso s'incontra assimilato all'interno delle scuole tradizionali di jujutsu. E'insegnato l'utilizzo di attrezzi agricoli come armi. In realtà, una gran quantità di arti marziali utilizza armi. Non si tratta di innovazione. Spesso si tratta di tecniche poco conosciute. Si pensi ad esempio alla Escrima, conosciuta anche come Kali, antica arte di combattimento filippina. L'Occidente si balocca più volentieri con judo, aikido, kungfu o altre arti diffuse. Che siano di movimento o meditazione, non ha importanza. Le scuole europee non escono volentieri dal conosciuto, che è anche il più richiesto dal mercato della difesa personale o dello sciocco desiderio di passare cintura.
Le prime notizie dell'Escrima si hanno nell'epoca delle prime conquiste coloniali. Quei viaggi seguirono alle scoperte dei nuovi mondi attuate dai noti navigatori agli inizi del '500. Quando i conquistadores iberici approdarono nelle Filippine, trovarono ad accoglierli tribù agguerrite. Usavano armi tradizionali per difendersi. Ferdinando Magellano ad esempio, venne ucciso nella battaglia di Mactan del 1521 dal venerato capotribù Lapu-Lapu. Lo stesso Pigafetta ce ne fornisce notizia nel suo diario di bordo. Scrive come gli indigeni uccisero Magellano con lance e con specie di scimitarre. Li fecereo suppergiù a fette. Dopo la conquista, gli spagnoli vietarono l'utilizzo dell'arte marziale indigena. Rimase comunque occultata diabolicamente nelle danze e nei rituali popolari. Gli spagnoli volevano sostituirla con scherma spagnola. Cocciutaggine tipicamente iberica. Evidentemente non ce l'hanno fatta. Sicché il kali nella sua versione moderna è giunto fino a noi. Anche se con chiara infuenza spagnola che non si è potuta evitare. Il Kali-Arnis-Escrima non si è evoluto in senso sportivo come altre arti marziali. In particolare, si pensi alle tecniche giapponesi e cinesi. Ha mantenenuto invece una certa impronta bellicista dovuta alla sua origine. La particolarità dell'Escrima è che l'allievo principiante comincia lo studio dell'arte marziale imparando ad usare le armi da subito. Solo in seguito si passa al combattimento a mani nude applicando le tecniche e le tattiche di combattimento apprese con le armi. Il più di altre arti marziali cominciano invece sviluppando il combattimento a mani nude; prima di passare, là dove siano utilizzate, alle armi. Secondo i sensei filippini avere la disponibilità di un'arma, pone in vantaggio durante un combattimento. Inoltre, è da considerare che utilizzare un'arma focalizza l'attenzione e velocizza i movimenti. Si apprendono movimenti che si dimostrano utili anche nello scontro disarmato ed vitali in caso si fronteggiasse a mano nuda un avversario armato. Non ci si riesce a difendere da certe armi, come un coltello, se non si conosce a propria volta come usarle. Se non si ha un'arma a disposizione, il corpo stesso deve diventare un'arma. In questo senso una parata diventa, agita, una prima forma d'attacco.
L'arma più diffusa per cominciare l'apprendimento dell'Escrima è il bastone in rattan. Nella lingua autoctona è chiamato olisi, baton, o con altri termini ancora. A seconda dello stile. Lungo quanto il braccio dell'allievo, varia dai 45 ai 70 cm. Altri bastoni usati per l'allenamento è possibile siano realizzati con legni più resistenti e duri del rattan. Sono usate anche aste d'alluminio o costruite con plastiche molto resistenti. Si comincia con l'imparare il combattimento con due armi, che possono essere due bastoni, due coltelli o un bastone e un coltello. Altre armi tradizionali possono essere il bastone lungo, il bastone da pugno il pocket stick, la lancia, lo scudo, la frusta e il nunchaku. Queste si aggiungono alle classiche armi da taglio filippine di medie dimensioni simili a quelle malesi: bolo, kampilan, barong, kriss. Quest'ultimo è descritto da Salgari ne I misteri della giungla nera. Anche ne I pirati della Malesia, mi pare che se ne parli. C'era di mezzo la setta dei Thugs della tigre dell'India.

bolo - specie di machete
kampilan - arma da taglio con lama assottigliata verso l'impugnatura
barong - arma da taglio con lama a foglia leggermente curvata all'interno
kriss - arma da taglio con lama serpeggiante. Esiste anche di dimensioni inferiori.

Non so come questo post risulta ripetuto. Spero non offenda. Lascio. In realtà c'è piccola variante. Soccorro il distratto lettore. La faccenda del guru si trova là e non qua. Presenti altre trascurabili variabili. Cercatele.

14 luglio 2010

ARMI

Nonostante il gran caldo, mi dirigo al dojo. L'addestramento inizia pigramente, forse anche il Sensei mal sopporta l'afa urbana. Sudiamo tutti come maiali. Il Sensei non permette di aprire la finestra. A metà circa della lezione mi fornisce del standard. Il principio d'uso è l'aumento della forza del colpo tramite la leva. Talvolta l'atrezzo è chiamato rokushakubo (六尺棒). I sono di diversi materiali, da un semplice pezzo di legno raccolto per strada ad armi ornamentali decorate fatte di legni o materiali diversi. Quello fornito a me è di legno, con fasciature di plastica verdi e rosse a partire dal centro. E' il più pesante del mazzo. E' per studio, mi dice il Sensei. Ho ancora tracce del livido della volta prima, circa un mese fa. La palestra aveva risuonato. Vergogna. Sto più attento e questa volta non mi colpisco. Il Sensei mi fa sedere ai margini del tatami, per osservare le tecniche. Oggi non mi imbroglio e l'arma veicola leggera nell'aria. Per quel che riesco a fare. Il maestro mi insegna la posizione. Dritto al plesso solare. Immagino che così si possa tramortire l'avversario. Ma anche spaccargli le ossa di gambe e braccia, volendo. I più bravi, con il tocco fine dell'arma, potrebbero anche danneggiare seriamente le dita di mani e piedi. Mi alleno da solo, da una parte del tatami, mentre i più esperti proseguono con tecniche sofisticate. Il Sensei mi richiama di nuovo al gruppo. Ancora qualche movimento e poi si passa al nunchaku, altro dispositivo interessante. Mi dice di allenarmi da solo. Mi mostra esercizi per agilizzare i polsi e imparare a sentire la tenuta dell'arma. Mi rinvia ancora fuori dal tatami. Non so come, dopo i movimenti di base, mi partono fendenti pericolosi. Mi circondo di morte. Il nunchaku può, a differenza del , strangolare, sfasciare il cranio o colpire dove capita l'avversario. E' un'arma molto potente. L'aria sibila, a seguito dei movimenti. Il rumore provocato è magnifico.

*Il nunchaku venne modificato in un bastone snodato a due pezzi chiamato shuāng jié gùn, uno strumento agricolo usato per trebbiare il grano ed il riso. Come testimonianza europea dell'uso contadino di questo strumento, si veda il dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio intitolato Il paese della cuccagna (1567). Nel quadro il pittore ha scelto di raffigurarlo in modo sovradimensionato. Non so se esisteva davvero di queste proporzioni o se ha ridisegnato a modo suo l'arma. Forse è presente, nella parte a sinistra il alto nel dipinto, anche un bō. Non è dato sapere.

6 luglio 2010

IL CORPO NECESSARIO

Assumono pose inesplose o sparpagliate nelle aule. Si frangono nei corridoi nei radi momenti di libertà fittizia. Inutili onde di mare chiuso. Li vedi passare, mano nella mano, le braccia avvinghiate alla vita o alle spalle del compagno. Così miseri e disperati. La testa non sostiene quasi mai un corpo centrato su un sè che resta instabile. L'equilibrio dei corpi degli allievi è sempre precario, in bilico tra la terra e il cielo. Così è e non ci si pensa. C'è chi non ha la percezione della propria fisicità nello spazio, se non come rinvio dato dagli altri. Un compagno, il padre, l'amico. Sei grasso, sei bella, troppo alta, troppo basso. Così si definiscono gli adolescenti che ho in addestramento. E ci credono. Non vivono la provvisoria precarietà dell'involucro che li definisce. Non sanno e non vogliono sapere che cambieranno. Vivono un tempo assoluto e inattaccabile. Si sentono onnipotenti, a partire dal corpo. Nessuno vive il proprio fisico come fosse un tempio. Come dovrebbe essere considerato. Un luogo che va curato, custodito e protetto contro il mondo e i suoi inevitabili attacchi. Si illudono che sia reale la lusinga dei simulacri digitali: Internet, cellulari, videogiochi. Non capiscono che se non c'è la fisicità, il corpo appunto, tutto resta frammentato e ingannevole. Sfugge ai più il senso del corpo, come segno vivo di anima e carne. Molti filosofi a ragionarci ci hanno perso la testa. Il cinquantenne si finge adolescente e adesca giovani donne su chat per teenager. Quando la ragazza capisce in genere è troppo tardi. In quei luoghi, in ogni caso la comunicazione vera è inesistente, proprio per l'assenza del corpo. Si ha comunicazione reale solo ed esclusivamente se c'è la presenza in un hic et nunc, che solo la necessità del corpo può esprimere. Corpi come katane, inesorabili e spietate. Uniche, ognuna nel suo genere. Non c'è spada da samurai uguale ad un'altra. La loro particolarità non sta solo nella forgiatura artigianale, ma anche nell'uso che ne viene fatto. Difendersi, aggredire, giocare, colpire o altro; fa la differenza. Ognuno il suo stile, la sua inappellabile necessità. A volte, nel buio i colpi sono inaspettatamente più precisi, attenti a seguire uno sguardo interiore che difficilmente sbaglia.
E poi il corpo spirituale, etereo, che comunque necessita di quello fisico per esprimersi al meglio. Emana energie sottili, spesso incontrollate e incontrollabili, segrete. Molti le posseggono e non lo sanno. Non vengono utilizzate nè considerate risorsa. Ma è sempre il corpo che parla il suo particolarissimo linguaggio. Siamo noi che non lo vogliamo sentire. Ancora meno ascoltare.

22 giugno 2010

SCRUTINI FINALI

Fine dei giochi. Valutazioni in centesimi, spacchettate in competenze e modelli formativi erogati. Da perderci la testa. Si tirano le somme. Mi lascio coinvolgere in una patetica apologia per un'allieva insalvabile. Sono l'unico che perora la causa. Ci metto l'anima. Parlo di cambiamento in corso, di step metodologici che la ragazza inizia ad apprendere, di temi svolti di discreto livello, di poesie riscritte con sentimento, della sua disabilità cognitiva. Non gioco quest'ultima carta. La aggiunge il direttore. Inutile. Il voto inappellabile del consiglio è contro. Come la muraglia cinese, risulta inattaccabile. Nessuno ascolta le ragioni. Nessuno vuole offrire una chance. Nessuno accetta la scommessa della possibile crescita. La ragazza è perduta. Forse per sempre. Mi prende una fame come fosse chimica. Obiettivamente ho speso forze su cui non potevo contare. E' l'ora di pranzo e mangio voracemente zuppe di cereali offerte da colleghi pietosi. Il direttore aggiunge dello sgombro in scatola. Mi riempio di cibo fino a scoppiare. Il dolore non passa e le energie non si ricompongono.
La sera dojo per due ore. E' una fortuna. Scarico sul tatami l'accumulo della giornata lavorativa. Dopo un allenamento con tecniche di gambe da puro massacro, il sensei mi fornisce di bō (棒 : ぼう). E' il bastone con cui i contadini di Hokinawa portavano in modo bilanciato due secchi d'acqua sulle spalle. Ora è un'arma micidiale. Fendo l'aria con un inizio di kata. Il bastone piroetta nell'aria troppo veloce. Credo di dominare l'arma e mi faccio prendere la mano dalle mie energie scomposte. Dopo circa dieci minuti in cui fingo di essere un samurai, colpisco secco lo stinco destro. La palestra amplifica il rumore in modo imbarazzante. Il sensei non fa una grinza e mi dice: "Meglio lo stinco che la testa". Proseguo l'allenamento. Sto più attento. Non provo dolore, ma faccio fatica. Domani avrò un livido.

9 giugno 2010

IL PEGGIO DI NOI: UNA PARTE

L'apparecchio televisivo è deceduto. Dopo circa 20 anni di onorato servizio mi ha mollato di botto. Immediata sostizione effettuata in centro commerciale. Circa 70 schermi di diverse dimensioni rinviavano la stessa partita di qualcuno contro qualcun altro. C'è una faccia sofferente moltiplicata per settanta. Sudata, con una smorfia di dolore, mangia erba di un campo di calcio da qualche parte nel mondo. Acquisto velocemente qualcosa di digitale che nulla ha a che fare con il vecchio tubo catodico che ora mi invade il terrazzo. E' scoppiata una calura estiva inattesa. Vagheggio l'inverno.
Nello stesso centro d'acquisto mi nutro di cose fritte da un rivenditore esotico. Ho nausea. Fumo una sigaretta fuori dall'area pressurizzata. Incontro, anche lei fumante, una commessa di altro negozio biologico; è preoccupata per l'estinzione di un mutuo non voluto. Si è lasciata con il ragazzo. Ormai li lega solo quella pendenza economica. Torno dentro, prendo il mio nuovo apparecchio televisivo e torno a casa.
Mi aspetta il sensei per nuovi allenamenti. Mi sento come al primo giorno di scuola. Ed è un bene che chi in qualche modo insegna, si metta a sua volta in condizioni di discente. Meglio di discepolo, con umiltà e cura di ciò che si va ad apprendere. Impegnativa l'umiltà. Occorre sempre sperimentare i diversi punti di vista. E occorre crescere. Sempre.
Ritrovo a fatica cintura e un pezzo del karategi. Fortuna vuole che siano i pantaloni. Mi avvio al dojo. Siamo in quattro. Incomincio a impegnare il corpo. Faccio fatica. Kata, forme, uso delle armi. Il sensei mi prova gli addominali e le gambe. Rifaccio fatica. Mi fornisce di nunciaku. Chi è stato bambino negli anni '60 si ricorda le clic-clac. Oggetto infernale con cui ci martoriavamo inutilmente polsi e avambracci. Lividi a piovere. Uguale. Chiedo di fermarmi. Il sensei acconsente. Mi rendo conto di essere la pubblicità al contrario di me stesso.
E' il momento dei bō. Vorrei tornare sul tatami con quell'arma che mi ha sempre affascinato. Il bastone dei contadini di Okinawa trasformato in arma mortale. In spregio all'ordinanza imperiale che voleva l'uso delle armi ad esclusivo uso dell'esercito dominatore. I contadini hanno iniziato a difendersi e a combattere con gli attrezzi del loro lavoro. Il bō era il bastone con cui i contadini trasportavano i secchi d'acqua. I movimenti prodotti dall'utilizzo del bō nelle arti marziali compongono spesso cerchi, semicerchi e sfere, difendendo l'utilizzatore dagli avversari da ogni lato, tenendoli lontani e permettendo di attaccarli senza che possano avvicinarsi. Il sensei mi nega il bō. Dice che nelle condizioni in cui sono potrei fare molto male a qualcuno. Anche a me stesso, visto che sono visibilmente fuori allenamento. Mi chiede di continuare con il nunchaku. E' un'arma tradizionale, diffusa in alcuni paesi dell'Asia Orientale, costituita da due corti bastoni uniti mediante una breve catena o corda. Viene anche utilizzata in diverse arti marziali come il Karate-do Shotokan.
La storia del nunchaku è molto incerta e molti dei racconti che lo riguardano non hanno trovato conferme ufficiali. Si dice che nel VII secolo la dinastia cinese Zui abbia inventato un'arma partendo dall'idea del morso dei cavalli. Quest'arma, chiamata in giapponese nunchakun, era formata da tre bastoni uniti insieme mediante una catena. Nel corso dei secoli l'arma venne modificata in un bastone snodato a due pezzi chiamato shuāng jié gùn, uno strumento agricolo usato per trebbiare grano e riso. Sicchè lo strumento è diventato allo stesso tempo un'arma non convenzionale semplice e di facile reperibilità, usata da contadini per autodifesa.
Il corpo frana sul tatami. Non reggo lo sforzo, anche se ormai la lezione è alla fine. Il sensei mi guida in un ultimo bunkai. I bunkai sono normalmente eseguiti nel dojo con uno o più avversari che danno una dimostrazione del significato delle tecniche eseguite in un kata. Oppure si mette in pratica un attacco predefinito cui occorre rispondere con un determinato kata. In questo modo l'allievo comprende i vari movimenti di cui è composto il kata e migliora la propria tecnica. Sicchè si impara a valutare i tempi, aggiustare le distanze e adattare la tecnica alle dimensioni dell'avversario.
Torno ad imparare a uccidere. Non l'avevo completamente dimenticato e mi sento a casa.
"Sto trafficando, beato me, sotto un fruscio di taffetà e mi domando in fondo se mentre lei splende sul sofà d´inverno, d´inverno non sia anche più intelligente...".

1 giugno 2010

IL VOLO DELLA GRU BIANCA

Il Matsumura Shorin Ryu è lo stile di Karate codificato più antico, da cui sono nate tutte le scuole della corrente Shuri Te (Kobayashi Shorin Ryu - Matsubayashi Shorin Ryu - Shotokan - Shito Ryu - Wado Ryu e altre ancora).
La particolarità di questo stile è che è sempre stato uno stile di famiglia, ossia non insegnato al di fuori della famiglia Matsumura fino ai primi anni '50.
Molta enfasi viene data allo studio dell'Hakutsuru, lo stile della Gru Bianca. In questa particolare arte marziale, i movimenti morbidi e di ricerca dell'energia interna "Ki" (CHI in cinese) vengono abbinati allo studio del Kyusho Jutsu (studio dei punti vitali), del Dim Mak (tocco della morte) e del Tuite (leve articolari e proiezioni).
Sono un allievo che studia lo stile della Gru Bianca. O meglio lo ero. Mi sono allenato quattro anni, con risultati soddisfacenti. Ho imparato a uccidere con una sola mossa, a fuggire dall'imboscata, ad evitare agguati e a contrastare due aggressori. Il corpo mi ha assecondato. Poi altre fatiche mi hanno impegnato altrove. Ho lasciato. Ma lo spirito della Gru Bianca mi ha seguito. Penso che a breve ricomincerò gli allenamenti. Sensei permettendo.
Ieri a lezione ho applicato tecniche di combattimento. Era necessario. Le ragazze non se ne sono nemmeno accorte.Troppa violenza non repressa e incontrollata serpeggiava tra le file scomposte dei banchi. In tre si sporgevano pericolosamente da una finestra di ambiente condizionato. Alla fine qualcuno doveva chiuderla. Hanno fatto resistenza. Con un'unica mossa di leva a potenza controllata di una mano l'ho chiusa lentamente, nonostante in tre premessero contro. Quel tempo è sembrato infinito. All'invito ripetuto di spostarsi, continuavano a stare lì. La sensazione era quella di schiacciare tre noci in un colpo solo. Alla fine, per non essere stritolate lentamente, si sono spostate. Ho chiuso infine la finestra. Non ho fatto male a nessuno. E non ho toccato nessuno. Ho agito solo sulla finestra. Le allieve incredule. A ridosso del fatto, una ragazza mi sfida a braccio di ferro, ma con la sinistra. Mi presto alla tenzone. La batto, dopo breve resistenza. Mi chiede di nuovo la sfida con la destra. Sono stremato e svuotato. Dopo breve resistenza, l'allieva mi fa cedere. La guardo negli occhi e le dico: "Non saprai mai se ti ho fatto vincere o se mi hai battuto per davvero".
Riprendo il libro e leggo una poesia qualunque.