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2 novembre 2010

FALSI FILOSOFICI

La mia vita è eroica, e non si può valutare con un metro da filisteo o con il cubino del bottegaio, né con una misura proporzionata alla gente comune, che non vive altra esistenza se non quella individuale, limitata a un breve lasso di tempo. Per questo non devo turbarmi se penso a quanto mi manchi ciò che fa parte della regolare vita dell'individuo: ufficio, casa, vita sociale, moglie e prole. L'esistenza degli esseri comuni si risolve in questo.
Arthur Schopenhauer

Invece gli eroi sono intorno a noi. E non li vediamo. Quelli che giorno dopo giorno, si alzano, si vestono, si sfiniscono al lavoro. A volte la loro vita sociale è così inesistente che un monaco certosino sembra abbia vita più dinamica e interessante. Non ci sono soldi, tutto va nelle spese fisse per vivere in una città che chiede molto e dà pochissimo. E poi i figli, pozzi senza fondo di altro denaro e moglie che spesso non ha un lavoro. Stanno in piedi a fatica, si traballa e si cerca di non mollare. Non tutti ce la fanno. In classe alcuni allievi sono orfani. E' come se il denaro costituisse una specie di cuscinetto anti depressione che molti non posseggono. O forse si è abituati a standard da mondo opulento e tanti si sentono poveri anche con tre televisori. Quanto conta la cultura in questo gioco per la vita non è dato a sapere. Spesso si rincorre come parte di uno status sociale necessario a farci sembrare migliori degli altri. Andare al cinema, in vacanza, semplicemente fuori porta è per molti invece un miraggio. Si sta a casa a lessarsi il cervello con una tv spazzatura che di più non si può. Leggere è fatica e dopo una settimana di corsa il più ha voglia solo di riposare e non pensare a nulla. Immagino ci sia un disagio sociale più intenso di quello che appare. Non sembra così diversa la vita dei professionisti che saltano da un briefing all'altro, prendono aerei al volo per non perdere un incontro irrinunciabile. Spesso mantengono due famiglie, la seconda costruita sui cocci della prima.  Intorno ai 50 anni è come se improvvisamente il velo che ha coperto gli occhi si squarci e renda edotti della fine che attende. Si teme sia vicina e alcuni fanno cose di cui forse si pentiranno anche, ma nel frattempo le fanno comunque. C'è chi a 50 anni ricomincia con i pannolini, non contento evidentemente dei figli che ha già. Ma perché poi. Forse è solo la pioggia incessante di questi giorni che  fà leggere solo l'opacità del chiaroscuro che è intorno. Per il chiaro attendo il sereno.

13 settembre 2010

TRAGEDIA E MASCHERE

In casa del mio amico accedo sempre a cose interessanti. Da una parte, un libro di disegni. Il  soggetto è  lo tsunami  che ha colpito lo Sri Lanka del 2004. Dall'altra, una maschera carnascialesca di fattura artigianale. Il contrasto è pazzesco.  I dipinti sono di ragazzi del luogo che hanno messo su foglio le loro emozioni più autentiche. La tragedia azzera evidentemente la finzione, la maschera. Anche nei fanciulli. I colori sono scuri, a tratti cupi;  i volti, spesso disegnati nei particolari, mostrano terrore e spavento smisurato. Il mare è un po' in tutti i dipinti: onde, come cascata, invadente, scomposto nei colori. Le barche sono come gusci di noce in balia di onde variopinte. Le persone sono raffigurate nei dettagli. Molte le braccia alzate verso il cielo. Occhi grandi, nessun sorriso sul viso di nessuno, figure in movimento, spesso in fuga. I disegni sono nitidi, nessuna incertezza nel tratto o nel colore utilizzato. Molti hanno scelto di raffigurarsi in salvo, come poi è stato. In altro modo non si spiegano i dipinti. I ragazzi non hanno dato titolo alle loro opere. Lo hanno fatto per loro i curatori del volume. Penso che se ne potesse fare a meno. E' raro vedere quadri così eloquenti. Come se provare emozioni, sentire il dissiparsi degli affetti, delle persone care, sia stata una cosa sola con il dare forma al disegno. Si è davanti a qualcosa che azzera la menzogna, l'inganno, gli specchi ipocriti a cui spesso si rinvia nella vita di tutti i giorni.  Come le cose sono e come appaiono.


In alto, in posizione evidente, ma defilata, una maschera di carnevale. E' un calco di gesso bianco;  naso sottile, le aperture degli occhi a mandorla sormontate da due losanghe azzurre intenso. Una piccola bocca  arcuata in un sottilissimo sorriso enigmatico è dipinta del medesimo colore. Leggeri rami fioriti della medesima cromia, sopra un occhio e sullo zigomo opposto. L'insieme è affascinante e inquietante allo stesso tempo. Il fascino è dovuto all'ignoto. Ciò che non si conosce ammalia. La maschera poi è umana, si sottintende un soggetto in qualche modo simile e avvolto da mistero profondo. Un io chiaramente teatrale, si nasconde, si camuffa e prende forme inconsuete. Chi non ne viene attratto. L'inquietudine credo sia dovuta all'impossibilità di definire, cogliere un qualsivoglia significato che dica una verità che forse non c'è. O se c'è è così nascosta che risulta inattingibile. Da cui la maschera appunto, che nasconde, protegge e spesso falsifica l'essere. Così l'individuo non si svela, non offre il fianco  a chi vuole avvicinarsi troppo. Ognuno si è specializzato a non mostrarsi per ciò che è. Si ha a volte più o meno consapevolmente la netta sicurezza del poco che siamo. Per questo avvicinarsi e avvicinare in modo autentico impaurisce. Nessuno lo fa con leggerezza. Infatti, spesso si preferisce una distanza che protegge. E' come se in un mare in cui veleggiano una moltitudine di barche, diverse per dimensione, foggia e colore, una di queste lanciasse una cima per avvicinarsi a un'altra. Molti lo descriverebbero come atto di pirateria. Forse lo è.

- L'immagine riporta alcune tipologie di cima nautica. Servono sulle imbarcazioni per diversi scopi. Si differenzia inoltre la cima buona da quella cattiva. In un cavo aggomitolato a successive spire, l'una sull'altra, s'indicano così, rispettivamente, l'estremità libera, che rimane al di sopra di tutte le spire, e quella di sotto.

15 agosto 2010

AMICI

Salta fuori all'improvviso, senza preavviso. Ti chiama o lo chiami, è indifferente. Ti dice che ti ha sognato e che ti ha sentito. Dici che stai partendo, lui ti invita. E cambi itinerario. Lo fai volentieri, perché sai che trovi casa. Accogliente anche più della tua. Sai che trovi qualcuno che ti alloggia con il cuore, che su di te ha sospeso il giudizio. Ti prende per come sei. Con i tuoi silenzi, le tue umoralità scomposte. Le tue sigarette le odia, ma se fumi non ti dice nulla. Ti lascia fare e ti accudisce. Quel tanto che basta per farti respirare meglio. Quel tanto che basta per farti sbadigliare, dopo tanto tempo che non ti rilassavi un attimo. Quel tanto che basta per sentirti bene. Almeno per una sera o qualche giorno. Poco importa. Il tempo è come sospeso, si dilata mirabilmente. Si crea un'isola tutta per te, con un che di calore che non sentivi da molto. Si mangia in compagnia, ognuno fà qualcosa per ammanire un desinare pretestuoso a discorsi che fluiscono aperti e schietti. Anche con ruvidezze che più spesso controlli. Qui invece saltano fuori così come vengono. Deponi le difese. Tutte. Ti senti rispettato fino in fondo, non prevaricato nè manipolato in alcun modo. Non c'è nemmeno lontanamente idea di violenza in parole e gesti. Così come spesso accade nella vita di tutti i giorni con chi non ti conosce e vede in te solo un pericolo, un bersaglio o una preda. Non vuole nulla da te, se non camminare per breve tempo insieme. Fino al prossimo incontro. Non ti curi dell'uso delle parole, attento solo a spiegarti e farti capire al meglio. E quando le parole mancano va bene anche il silenzio, lo scostarsi su un terrazzo defilato a cui puoi accedere quando vuoi. Il mio amico sa quando lasciarmi solo. Sa che ne ho bisogno come l'aria che respiro. A guardare le stelle o l'orizzonte. Una scusa per mettere a fuoco pensieri inespressi, che ancora non hanno trovato la strada delle parole per dirsi. E forse non la troveranno mai. Pace e serenità senza confini nutrono come acqua di sorgente. Sono in una zona di confine. I monti alle spalle e più alte montagne davanti. Lo stesso confine dove siamo deposti, tra l'essere che siamo e quello che pensiamo di essere. Lo stesso margine in bilico in cui siamo il più del nostro tempo. E' il luogo di chi vive all'incorcio dei venti ed è bruciato vivo. E' quel tratto che caratterizza le ambiguità, le contraddizioni e le soluzioni sospese dell'essere umano che si dibatte in una quotidianità contorta. E' il luogo delle non risposte, del senso inutile delle cose, dell'affanno che ci tiene in vita. Il mio amico mi presta un maglione che ci voleva. E' azzurro e lo trovo senza parole sul letto pronto per me. Non ho scaricato tutto dalla macchina, ho con me solo il pigiama e lo spazzolino da denti. L'aria è più fredda di quanto avevo previsto. La mia meta di viaggio può aspettare.

13 agosto 2010

L'OZIO DI KANT

Non so più se la moglie o la sorella. Certo è che se Kant non fosse stato accudito di tutto punto nelle incombenze quotidiane non ci avrebbe ammorbato con quel tomo che porta il titolo di Critica alla ragion pura. Già siffatte parole fanno tremare i polsi. In realtà, che fosse moglie o sorella poco importa. Si trattava in ogni caso di figura materna, accudente e accogliente. Noi studenti non ci capivamo nulla. Eppure ci abbiamo studiato. Ricordo un veloce libretto. Una copertina ingenuamente azzurro polvere e blu ci regalalva il compendio di quell'opera monumentale. Non ne capivamo nulla comunque. A dispetto delle sinossi dei pezzi più impegnativi, delle glosse che adornavano le pagine, delle spiegazioni dell'insuperabile Antonia. Nulla. Quello che siamo riusciti a partorire, i genii, è stata la battutona dell'anno. La sorella di Kant si chiama Kantina. Ridacchiavamo, stupidi e imberbi, a raccontarcela di continuo. Io, più insensato di altri, feci uno schizzo a grafite nell'ultima pagina del libretto. Raffigurava una ragazzina dai capelli ricci con gli occhiali dalla cui bocca usciva un fumetto di presentazione: "Ciao, mi chiamo Kantina". Forse quindi era la sorella. Insuperabile anche questo, a suo modo. Insomma, questo signore se ne sta là, a oziare e a non pensare a null'altro che a farsi illuminare dall'Illuminismo che stava da tutte le parti, a elucubrare sull'ipotesi cosmogonica della nebulosa primitiva, a ragionare sulla correlazione sussistente tra metafisica e scienza. In pratica, non aveva un cazzo da fare. Ben per lui. La libertà e il tempo del pensiero esigono un'assoluta mancanza di obblighi concreti, di responsabilità pragmatiche. Trattasi di grande privilegio, a dispetto di chi sfanga le cose da fare al nostro posto. Anche solo riempire il frigo che probabilmente Immy (1) non possedeva. Qualcuno cucinava ogni giorno per lui.
L'iperbolico compito filosofico che Kant si prefigge lo porta alla scelta di una vita molto riservata, fatta di abitudini e di libri. Ricordo, sempre grazie alle indimenticabili lezioni della filosofa che ho avuto l'onore di avere come insegnante di liceo, il famoso aneddoto della passeggiata di Kant. Talmente abitudinario che si racconta come gli abitanti di Königsberg la usassero per controllare la precisione dei loro orologi. Solo un grande evento riesce a distrarre il filosofo dalla sua passeggiata: l'avvincente lettura di Emile di Jean Jacques Rousseau. Ognuno ha i suoi gusti. Anche letterari.
Lo studioso che è stato capace di superare la filosofia newtoniana, offre al mondo un nuovo sistema metafisico. Mica pizza e fichi. La vita di Kant è stata dipinta come ossessivamente metodica. Infatti, non è segnata da eventi drammatici o avventurosi, perciò l'uomo ha potuto dedicarsi anima e corpo allo studio e all'indagine filosofica. La sua apertura mentale e le sterminate letture onnivore determinano una grande visione della vita. Ma anche di ciò che sta sopra e sotto. Certo, poter leggere tutto il santo giorno vuole il suo impegno. E poi si dice la miniera. Pare anche che fosse un brillante in compagnia. Si racconta che amava contornarsi di amici con cui conversava amabilmente. Tutti basiti per quella incongruente acutezza che caratterizzava il suo immenso ingegno. Pare fosse piccolo e insignificante a vedersi. Avrei voluto averlo come amico. Così, per animare la conversazione.

- Nell'immagine la collezione Diabolik ed Eva Kant di nota casa di produzione scarpe da ginnastica.

(1) Morì nel 1804, colpito dal morbo di Alzheimer, mormorando «Es ist gut» (Va bene).

12 agosto 2010

NOVACULA OCCAMI

La gente che resta in città è curiosa. Fauna urbana che di solito si nota poco, acquista una vivacità di immagini nitide come rasoi. Questo penoso preambolo per introdurre una teoria che mi sta a cuore, forse troppo. Il mistero che sta alla radice delle scelte individuali. Nella fattispecie il fatto cha alcune persone scelgano di stare in città e altre no. I motivi che radicalmente stanno alla base delle scelte sono in genere molto interessanti. Mi incuriosiscono. A partire dalle mie. Non sempre riesco a comprendermi. Figuriamoci gli altri. In ogni caso viene in aiuto un frate. Di seguito, presento un pachwork di riflessioni mie, pochissime. E la solita scopiazzatura qua e là per spiegare cosa può aiutare. Chi non si diletta di filosofia della scienza, attenda prossimo post. Non si annoi leggendo ciò che non interessa. E che nemmeno suscita una qualche vaga curiosità. Ognuno, si sa, ha diritto di spendere il proprio tempo come vuole. Non si renda conto a nessuno.
Rasoio di Occam (Novacula Occami in latino) è il nome con cui è conosciuto un principio metodologico espresso nel XIV secolo dal filosofo e frate francescano inglese William of Ockham. In italiano lo conosciamo come Guglielmo di Occam. Il principio formulato dal frate pensatore sta alla base del pensiero scientifico moderno. Nella sua forma più immediata suggerisce l'inutilità di formulare più assunzioni di quelle che si siano trovate per spiegare un dato fenomeno. Il rasoio di Occam impone di evitare cioè ipotesi aggiuntive, quando quelle iniziali sono sufficienti. Se una teoria funziona è inutile aggiungere una nuova ipotesi. La metafora del rasoio concretizza l'idea che sia opportuno, dal punto di vista metodologico, eliminare con tagli di lama e mediante approssimazioni successive le ipotesi più complicate. In questo senso il principio può essere formulato come segue: non c'è alcun motivo per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece cercate la semplicità e la sinteticità.
Ciò significa che – tra le varie spiegazioni possibili di un evento – bisogna accettare quella più immediata, intesa non nel senso di quella più sprovveduta o di quella che spontaneamente affiora alla mente, ma quella che appare ragionevolmente vera senza cercare un'inutile complicazione aggiungendovi degli elementi causali ulteriori. Questo anche in base a un altro principio, elementare, di economia di pensiero. Se si può spiegare un dato fenomeno senza supporre l'esistenza di un qualche ente, è corretto farlo, in quanto è ragionevole scegliere, tra varie soluzioni, la più semplice e plausibile. Il principio di semplicità era già ben noto a tutto il pensiero scientifico medievale, ma esso acquista in Occam una forza nuova e per certi versi devastante a causa della sua concezione volontarista. Se il mondo è stato creato da Dio solo sulla base della volontà (e non per intelletto e volontà, come diceva Tommaso d'Aquino), devono sparire tutti i concetti relativi a regole e leggi, come quello di sostanza o di legge naturale.
Il Rasoio di Occam (Ockham's Razor) è una pietra di paragone della filosofia della scienza. Guglielmo di Ockham suggerì che tra le diverse spiegazioni di un fenomeno naturale si dovesse preferire quella che non moltiplica enti inutili (entia non sunt multiplicanda).
Un esempio classico di applicazione del principio può essere la questione riguardante la generazione dell'universo:
1.da un lato si può ipotizzare un universo eterno, o generato da sé o per motivi sconosciuti;
2.dall'altro, un universo generato da una divinità, la quale a sua volta è eterna, o generata da sé o per motivi sconosciuti.
In questo senso, la prima versione non postula enti inutili (la divinità), ed è quindi preferibile. Si tende a definire la teoria del Rasoio di Occam come la scelta più semplice.
Occam non imponeva di scegliere il complesso di ipotesi di numero minore né suggeriva che esso sarebbe stato quello più vicino alla verità, ma che se le ipotesi formulate bastavano a spiegare il fatto non si doveva inutilmente complicare ma accettare la semplicità della spiegazione. Infatti da un punto di vista storico generalmente le teorie "più semplici" hanno superato un numero maggiore di verifiche rispetto a quelle "più complicate", con un insieme maggiore di ipotesi.
Una teoria alternativa potrebbe essere: "Per ogni azione c'è una reazione uguale ed opposta, eccetto il 29 ottobre 2016, quando la reazione avrà metà intensità". Questa aggiunta, apparentemente assurda, viola il principio di Occam, perché è un'aggiunta gratuita, come pure farebbero infinite altre teorie alternative. Senza una regola come il Rasoio di Occam gli scienziati non avrebbero mai alcuna giustificazione pratica o filosofica per far prevalere una teoria sulle infinite concorrenti; la scienza perderebbe ogni potere predittivo.
Il Rasoio di Occam è stato solitamente usato come una regola pratica per scegliere tra ipotesi che avessero la stessa capacità di spiegare uno o più fenomeni naturali osservati. Siccome per ogni teoria esistono generalmente infinite variazioni egualmente compatibili con i dati, ma che in alcune circostanze predicono risultati molto differenti, il Rasoio di Occam è usato implicitamente in ogni istanza della ricerca scientifica.
C'è chi sostiene che in base al rasoio di Occam introdurre un dio per spiegare l'esistenza del mondo risulta inutile. Infatti, alla domanda "Perché esiste il mondo?", i credenti dei principali monoteismi rispondono che "Il mondo è stato creato da Dio". Ma non essendoci per sua stessa definizione nulla di più potente di questo dio e quindi nulla che possa averlo creato, ne consegue che Dio, a differenza del mondo, è sempre esistito. Ma a questo punto, se è possibile che questo qualcosa sia sempre esistito, perché non anche il mondo? La risposta alla domanda iniziale "Il mondo è stato creato da Dio, il quale è sempre esistito" si semplifica quindi in "Il mondo è sempre esistito". In altri termini è superfluo (e quindi, secondo il rasoio di Occam, sbagliato in senso metodologico) introdurre Dio per spiegare l'esistenza del mondo. Altri (come Immanuel Kant - Königsberg, 22 aprile 1724 – Königsberg, 12 febbraio 1804) hanno però obiettato la riduttività della tesi, nel senso che la spiegazione corretta della realtà non è necessariamente la più semplice.
Esemplificativo della posizione di Kant qui esposta è l'aneddoto che ha come protagonisti il marchese Pierre-Simon Laplace e Napoleone. Quando Laplace presentò la prima edizione del suo lavoro a Napoleone, questi osservò: "Cittadino, ho letto il vostro libro e non capisco come non abbiate dato spazio all'azione del Creatore". A queste parole Laplace replicò seccamente: « Cittadino Primo Console, non ho avuto bisogno di questa ipotesi».
Secondo alcuni, proprio la risposta di Laplace dimostra che l'applicazione di tale sistema a problematiche più complesse che riguardano la spiritualità dell'uomo costringe ad un'aberrazione forzata che esclude a priori l'evidenza di una morale intrinseca all'uomo che lo guida alla costante ricerca della fonte della sua origine. Basti pensare agli studi di Blaise Pascal o, ai nostri giorni, alle dichiarazioni dell'evidenza di Dio di Anthony Flew. E non manca chi sostiene che tutte le cose non hanno causa ma sono eterne (cfr. Emanuele Severino).
Anche qui, a mio modesto parere, si impara parecchio.

The crown and sword razor - Extra hollow ground

9 agosto 2010

LEONARD BERSTEIN NON COPIA

Odo musica latina proveniente da oltre il muro di cinta di un parco urbano. Amo i parchi. Sembrano smpre in attesa di me che li percorro. La sensazione è affascinante. Qualcuno che aspetta me. Sempre. Penso più densamente a tutte le copie che girano di quel motivetto vagamente ossessivo. Penso che tutti copiano. Lo si fa di continuo, anche senza accorgerci. A volte, qualcuno chiede aiuto che prestiamo con tutti noi stessi; ma rubiamo un'idea, un'intuizione qualunque e ne facciamo merce. Così per abitudine. Il confine tra la mano tesa e l'utilizzo a volte è sottile in maniera davvero implicante. Io stesso ho copiato per l'esame di ammissione a casta ristrettissima di professionisti nostrani. Ho comunque pagato caro prezzo all'orale. Tutto si tiene alla fine. Il risultato deve dare in ogni caso zero. Una giovane di eletta borghesia del mattone mi passò il tema da svolgere. Lo presi a traccia e ne inventai uno tutto mio. In cui potevo in qualche modo trovarmici. Il mio svolgimento ebbe una valutazione più favorevole del suo. Imbarazzo inarginabile. La base di questo giochino da dilettanti fu comunque, è innegabile, una copia. Si copiano quadri famosi, i miei allievi appena possono i compiti in classe, gli adolescenti il leader del gruppo. Bene che va si fà copia dal vero. Gli adulti si fanno preferibilmente sedurre da immagini plasticate di gente famosa. L'immagine ci rende sempre molto sensibili. Le donne cercano copie omologhe di personaggio tenebroso e bellissimo, interprete di non so quale serie filmica. Pensano di sposarsi o cose del genere. Noi uomini invece cerchiamo copia della bionda del momento. C'è sempre una bionda del momento. E un clone è sempre in agguato per noi. Sempre che assomigliamo al tenebroso di cui sopra. Una copia appunto. Le band più o meno esperte producono cover, copie per l'appunto. A seguire, i teen ager ballano copia di danze fornite da emittente televisiva appropriata al target. Gli asiatici, si sa, sono maestri nel copiare tecnologia fine. In Europa invece, ci dilettiamo a scimmiottare modelli a stelle e strisce. Si copia talvolta in modo ossessivo, il modo di vestirsi, profumarsi, il taglio dei capelli. Non si osserva pressocchè nulla in giro che non sia stato visto almeno 73 volte o giù di lì. Le copie non si contano mai con precisione. Sono copie appunto. Se ne perdi una hai l'altra.

La fotografia in b/n ritrae Leonard Bernstein con la sorella Shirley nella Stanza Verde al Carnegie Hall dopo lo spettacolo con la Filarmonica israeliana - Marzo 1951.

7 agosto 2010

MARTIRI

Le notizie dal mondo scivolano addosso come marmellata tiepida. Non interessa nulla, si legge con lo stesso entusiasmo il reportage di nota firma estera o la sinossi compiacente di un film già visto tre volte. Si preferisce non leggere, nè ascoltare news dal mondo. Piace perlopiù l'idea che quello che accade dovunque non ci sfiori minimamente. Non ci si rende conto invece che siamo interconnessi come fili di un medesimo circuito elettronico. Salta uno, salta tutto. La preghiera laica dell'uomo contemporaneo dovrebbe essere la lettura del quotidiano. La globalizzazione non è invenzione e porrebbe obblighi. Così non è. Almeno nel nostro bel Paese mediterraneo. In altri lidi si legge di più, è noto. Il giornale più venduto e letto da noi invece è lo storico foglio rosa. Imprescindibili avvenimenti sportivi richiamano quotidianamente la nostra attenzione. Si tratta di fatti da ricordare e da seguire. Cosa ci farà un rumeno ad allenare la squadra calcistica viola? In trepidazione aspettiamo risposte.
Invece. In nota città del Nord è successo qualcosa che dovrebbe fare se non pensare, almeno riflettere fuggevolmente. Una donna, potrebbe essere madre, figlia, sorella, amica, non è più tornata a casa. E' uscita ed è morta. Un pugile dilettante ha litigato definitivamente con la fidanzata. Ha dichiarato alla madre che usciva e che avrebbe ammazzato la prima che avesse incontrato. Così ha fatto. Uomo di parola.
Mi vergogno. Due i motivi. Uno: il genere umano è definitivamente perduto, senza speranza nè tantomeno possibilità di appello. Due: essere uomo fà arrossire e confondere per la pochezza dell'anima. Che evidentemente è nera come pece. Ragiono su come trattiamo le donne in genere. Complice una forza fisica maggiore, ci sentiamo padroni di tutto. Da lì credo, parte l'insensatezza della guerra tra i sessi e la nostra inefficace supremazia. E' come se si ragionasse su chi è più forte: l'uomo o la tigre. L'animale in un possibile confronto è destinato a vincere. Certo la superiorità dell'essere umano non ne verrebbe scalfita. Eppure. Su quel sillogismo arbitrario e arrogante, abbiamo fondato un mondo di uomini e per gli uomini. Fatto a nostra immagine e somiglianza. Le donne, si sa, sono il riposo del guerriero. Se va bene. Altrimenti le annientiamo con burqua e infibulazioni mortali. Per il nostro piacere e divertimento che deve rimanere privato e unico. Si sa, la femmina è possesso, territorio di chi la conquista, fattrice della nostra primogenitura. Che sia maschio, mi raccomando. Il matriarcato resta un'ipotesi storica affascinante e onirica. Con buona pace di Bachofen. Lo svizzero compone testardamente una rassegna enciclopedica di miti e di simboli di ogni parte del mondo. Scrive un'immane opera, Il matriarcato appunto, un classico dell'antropologia e della storia delle religioni. Più citato che letto, il tomo è basato sulla scoperta di uno stadio dell'evoluzione della civiltà, durante il quale il potere sarebbe stato in mano alle donne anziché agli uomini. Nel matriarcato e nell'amore della madre per i figli (riscontrato in innumerevoli figure di Grandi Madri, tra cui spicca Demetra) Bachofen esalta una sorta di "poesia della storia". Il mondo in quella fase si ipotizza abbia vissuto momenti di grande elevazione morale della vita e del costume. Insomma, anche gli svizzeri sanno sognare.
Resta una donna morta, tra le tante, una più una meno. Si rimpiazza facilmente. Sinisa Mihajlovic invece, si sa, risulta essere insostituibile.

4 agosto 2010

LA PAURA DEGLI ANGELI

Sono in usuale negozio di stampe e affini. Sfoglio distrattamente cataloghi ricchi di riproduzioni a colori. Ce n'è per tutti i gusti. Paesaggi improbabili, antichi pittori, moderni imbrattatele. Chi vuole si può riempire la casa di capolavori inestimabili spendendo poco. Mi colpisce come una specie di fulmine la raffigurazione fittizia di particolare famoso della Cappella Sistina. La creazione dell'uomo da parte di Dio. Noto provider telefonico si è impossessato di un ulteriore particolare. La mano di Dio che, creando l'uomo, parte dalla mano di qull'essere nuovo. Sembra quasi un continuum. Dio e l'uomo insieme indissolubilmente. Ma l'interesse è altro. Gli angeli che sostengono e contornano Dio mentre crea, hanno sguardi allarmati. Quasi spaventati e stupiti da ciò che sta facendo il loro Signore. E' come se intuissero l'errore madornale che Egli sta per fare. La loro impotenza davanti al disastro già avvenuto è tutta nei loro sguardi. Non possono evidentemente fare più nulla. La catastrofe è avvenuta davanti ai loro occhi. Il peggio è ormai avvenuto. Dio ha creato l'uomo e sarà immane sciagura. E' come se gli angeli già prevedessero il loro inane impegno come custodi di quella razza dissennata, violenta. Prepotente oltremisura. Non potranno fare molto ed è come se lo sapessero. Custodiranno per mandato divino chi non vuole essere custodito. Veglieranno su persone che non sanno nemmeno che esistono. Proteggeranno gente che si sparerà a velocità irriferibile su strade pericolose e buie. Loro sanno. E hanno paura.

PAROLE E CORPI

Scoppia l'estate prepotente e giallastra. Tutti partono. Città svuotate a misura di straniero errante. Al mare, ai monti o nelle campagne fuori porta. Gente senza lavoro ma pagata si accinge a migrare. Momentaneamente. Verso mari esteri o mete più vicine. Con sè un sacco di cianfrusaglie inutili. E il bagaglio ineludibile del corpo. Altre masserizie a contorno. Il corpo. Che peso. L'estate, si sa, è calda, a tratti bollente. I ginecologi a settembre hanno un gran da fare, tra candide, herpes e non so più cosa. Le donne incidono tacche brillanti su cinture da sera. A segnare le conquiste attuate. Gli uomini, tronfi come tacchini al Ringraziamento, mentono. Raccontano immancabili acchiappi estivi alle macchinette del caffè. Scappano invece come conigli da tane di altri. Imbarazzanti entrambi. Risulta impossibile decidere chi rappresenti il peggio. Nemmeno ricordano il nome. Le donne almeno degli occhi sanno il colore. A volte lo classificano. Nessuno parla al compagno di branda. Nè prima nè dopo. Certo non durante. Curioso sapere come si eviti l'anima. Che è fatta di parole. Anche solo accennate. Basterebbero nomi sussurrati in posizioni persiane. Andrebbe spiegato. Invece nessuno fà domande nè si chiedono risposte. Resta collezione non tanto privata di scatti evanescenti. Almeno fossero seppiati. Varrebbero qualcosa. Invece si guarda il cielo zeppo di stelle cadenti, senza neppure un desiderio da chiedere. E la stella non cade. Ci è risparmiato il dolore di considerare un'assenza totale. A volte, quel vuoto abissale, è la nostra essenza. Siamo fatti di nulla. Nessun desiderio, sogno, una qualunque velleità artistica di un qualche genere. Siamo fatti della materia con cui sono costruiti i sogni notturni, quelli che si dimenticano più facilmente. Non ci si rende conto invece che ci siamo dentro a piedi uniti e saldi. Una conchiglia ordinaria, bordata di verde smeraldo, ci racchiude. Non si considera nè la madreperla che la riveste all'interno, nè quel cerchio splendente che la circonda. Siamo come paguri alla perenne ricerca di nuova casa. Basta che sia più grande.

3 agosto 2010

ABOUT DEATH

Telegrafico e ma denso colloquio con canara di passaggio. Guarda l'animale con occhi languidi.
Vorrei morire prima io del mio cane.

Eh.
Ho già perso tre cani. E' triste. Lui poi è davvero speciale. E' bravissimo e dolcissimo.

Non è meglio se moriamo prima noi. Scusi, lui va avanti ad aprire la porta. Poi lei arriva e lui è già là.
No no. Prima io.

Eh. Scusi, ma sa come finisce? Che poi il cane si lascia morire sulla sua tomba. Le andrebbe bene?
Sì sì. Meglio così.

Il cane è visibilmente soddisfatto e sereno. Pensa alla lunga vita che lo aspetta. Sorride sotto i baffi. Ci giurerei. Lui sa. Sapienza canina.

29 luglio 2010

TEMPI SBAGLIATI

I Maya (seguiti dagli altri popoli antichi dell'America centrale, quali gli Aztechi e i Toltechi) tra il IV e il XV secolo d.C. misuravano il tempo mediante tre calendari: accanto al calendario religioso, chiamato Tzolkin, e a quello civile, chiamato Haab, utilizzavano infatti un sistema per il conteggio nel lungo periodo.

Non vengono fatti entrare, se non dopo lunghe ed estenuanti prediche direzionali. Ragazzi che addestro arrivano sempre in ritardo. O troppo in anticipo. Le lezioni cominciano in genere alle 8 in punto. C'è chi posteggia fuori dalla scuola sin dalle 7.30 o giù di lì. C'è chi arriva anche oltre le 11. Il tempo non è cosa di facile comprensione o gestione. Ognuno interpreta e vive codesta dimensione a modo proprio. Se non obbligato da vincoli spazio temporali imposti da altri. Ad esempio, gli appuntamenti di lavoro. Momenti che vengono utilizzati anche nelle dinamiche distorte di potere. Vieni alle 10. Anzi no fai alle 10.30. Oppure, al contrario, si arriva immensamente fuori orario. Così, per dire che si era altrove a fare o dire cose irrinunciabili. Come in una specie di pantomima costruita appositamente per l'occasione temporale mancata, agiamo su un palcoscenico inventato da noi. Siamo sempre protagonisti indiscussi. Non c'è mai il sostituto nel caso non si stia bene. I miei ragazzi abitano altra dimensione. Fatta di smarrimenti senza dolo, con la certezza tutta adolescenziale che qualche nido comunque li accoglierà, anche fuori dalle regole del tempo. Infatti, nella maggior parte dei casi è così, con buona pace di chi li vorrebbe tutti in fila come falange macedone. Altri invece vivono una dimensione tutta loro. Allievi molto concentrati nello studio, seppur pochi, che hanno un irrisolto rapporto con la dimensione temporale. Non sentono mai la sveglia, fanno fatiche immense per essere lì, in aula. A un'ora anche sbagliata, ma ci sono. L'essere vince il tempo comunque. Se porti la tua presenza fisica in un luogo, improvvisamente il sito diventa abitato. La stanza non è più vuota. Anche se nessuno aspetta o se ne è andato nell'attesa. Il corpo si impossessa dello spazio intorno, lo fa suo. Si domina il luogo. E il tempo non conta più.

27 luglio 2010

DIFESA O PARATA E' GIA' ATTACCO

Torno alle lezioni di karate. Bel clima. Fuori si prepara tempesta perfetta (è titolo di film tradotto in italiano, diretto da Wolfgang Petersen nel 2002). Arriverà di notte. La città per allora dormirà. Chi si allena sente l'umidità dell'aria. Si suda più intensamente, ma la temperatura si è abbassata piacevolmente. I corpi sudano freddo. Oggi lezione essenziale di kobudo. Il Kobudo di Okinawa usa varie armi tradizionali, per lo più di origine contadina. Nel dojo si studia il Kobudo di Okinawa appunto. Sono trascurati il Kobudo giapponese e il Kobudo delle scuole Ninja inteso come Arte antica del guerriero. Le armi utlizzate come detto sono numerose. Per ciò che concerne il Kobudo di Okinawa, oggi spesso s'incontra assimilato all'interno delle scuole tradizionali di jujutsu. E' insegnato l'utilizzo di attrezzi agricoli come armi. In realtà, una gran quantità di arti marziali utilizza armi. Non è innovazione. Spesso si tratta di tecniche desuete. Si pensi ad esempio alla Escrima, conosciuta anche come Kali, antica arte di combattimento filippina. L'Occidente si balocca più volentieri con judo, aikido, kungfu o altre arti diffuse. Che siano di movimento o meditazione, non ha importanza. Le scuole europee non escono volentieri dal conosciuto, che è anche il più richiesto dal mercato della difesa personale. Anche dallo sciocco desiderio di passare cintura.
Prime notizie dell'Escrima si hanno nell'epoca delle iniziali conquiste coloniali. Quei viaggi seguirono alle scoperte dei nuovi mondi attuate da noti navigatori agli inizi del '500. Quando i conquistadores iberici approdarono nelle Filippine, trovarono ad accoglierli tribù agguerrite. Usavano armi tradizionali per difendersi. Ferdinando Magellano ad esempio, venne ucciso nella battaglia di Mactan del 1521 dal venerato capotribù Lapu-Lapu. Lo stesso Pigafetta ce ne fornisce notizia nel suo diario di bordo. Scrive come gli indigeni uccisero Magellano e molti dei suoi uomini con lance e con specie di scimitarre. Li fecero suppergiù a fette. Dopo la conquista, gli spagnoli vietarono l'utilizzo dell'arte marziale indigena. Rimase comunque occultata diabolicamente nelle danze e nei rituali popolari. Gli spagnoli volevano sostituirla con scherma spagnola. Cocciutaggine iberica. Evidentemente non ce l'hanno fatta. Sicché il kali nella sua versione moderna è giunto fino a noi. Anche se con chiara infuenza spagnola che non si è potuta evitare. Il Kali-Arnis-Escrima non si è evoluto in senso sportivo come altre arti marziali. In particolare, si pensi alle tecniche giapponesi e cinesi. Ha mantenenuto invece una certa impronta bellicista dovuta alla sua origine. La particolarità dell'Escrima è che l'allievo principiante comincia lo studio dell'arte marziale imparando ad usare le armi da subito. Solo in seguito si passa al combattimento a mani nude, applicando tecniche e tattiche di combattimento apprese con le armi. Il più di altre arti marziali cominciano invece sviluppando il combattimento a mani nude; prima di passare, là dove siano utilizzate, alle armi. Secondo i sensei filippini avere la disponibilità di un'arma, pone in vantaggio durante un combattimento. Inoltre, è da considerare che utilizzare un'arma focalizza l'attenzione e velocizza i movimenti. Si apprendono movimenti che si dimostrano utili anche nello scontro disarmato e vitali in caso si fronteggiasse a mano nuda un avversario armato. Non ci si riesce a difendere da certe armi, come un coltello, se non si conosce a propria volta come usarle. Se non si ha un'arma a disposizione, il corpo stesso deve diventare un'arma. In questo senso una parata diventa, agita, una prima forma d'attacco. Presentarsi totalmente e autenticamente inermi è cosa di altro mondo. Si potrebbe dire da guru. Per chi crede che abbiano una qualsivoglia valenza.
L'arma più diffusa per cominciare l'apprendimento dell'Escrima è il bastone in rattan (si ricava dal giunco di bambù. Si ottiene asportando la parte superficiale della pianta). Nella lingua autoctona è chiamato olisi, baton, o con altri termini ancora. A seconda dello stile. Lungo quanto il braccio di un allievo, varia dai 45 ai 70 cm. Altri bastoni usati per l'allenamento è possibile siano realizzati con legni più resistenti e duri del rattan. Sono usate anche aste d'alluminio o costruite con plastiche molto resistenti. Si comincia con l'imparare il combattimento con due armi, che possono essere due bastoni, due coltelli o un bastone e un coltello. Altre armi tradizionali possono essere il bastone lungo, il bastone da pugno il pocket stick, la lancia, lo scudo, la frusta e il nunchaku. Queste si aggiungono alle classiche armi da taglio filippine di medie dimensioni simili a quelle malesi: bolo, kampilan, barong, kriss. Quest'ultimo è descritto da Salgari ne I misteri della giungla nera. Anche ne I pirati della Malesia, mi pare che che l'autore ne parli. C'è di mezzo la setta dei Thugs della Tigre dell'India. "Se la Tigre dell'India è furba, quella della Malesia non lo sarà meno. Vieni, Yanez" (cap.II, da Le due tigri, Salgari 1904).

bolo - specie di machete
kampilan - arma da taglio con lama assottigliata verso l'impugnatura
barong - arma da taglio con lama a foglia leggermente curvata all'interno
kriss - arma da taglio con lama serpeggiante. Esiste anche in diverse dimensioni. In genere, più piccolo.

26 luglio 2010

IMBARCAZIONI

Si cerca refrigerio e riposo in località marine. Si fugge scompostamente da aree urbane roventi. Si intravedono magnifici legni in porti per pochi. Barche modeste a frangere i flutti di fiumacci a ridosso di porti turistici. Un bailey bridge accosta le sponde di corso d'acqua melmoso e maleodorante. Anche in località turistiche rinomate per i loro sfarzi passati e presenti. Le imbarcazioni in ogni caso catturano l'occhio di chi transita in quei luoghi. A volte, prima del mare. La barca, che sia traghetto, nave o veliero è metafora. Si sa. Nei sogni irrompe come movimento nell’esistenza, archetipo del divenire. Solca spesso le acque del tempo. Rappresenta inoltre sicurezza e possibilità di stare a galla, di progredire e di tutelarsi. A significare anche nostalgia di madre, circonda e comprende. E' la prima culla, come insegna Bachelard (1884–1962). Con essa, si attraversa la vita.
Il vecchio ponte di barche a Fossalta di Piave (Provincia di Venezia) - Chiara Polita

Le culture e i miti narrano di imbarcazioni mortuarie e rituali che accompagnano i defunti. Sono barche fatate, eteree, barche radiose o barche che si inoltrano in un mondo mercuriale e ctonio. In quei luoghi, la barca diviene bara e ricomincia l’eterno ciclo. E' possibile che l’ultimo viaggio torni ad essere anche il primo. Non a caso basta togliere una c sin troppo facile. Sicchè tali significati simbolici si ripropongono nel corso del tempo. Recuperati dalla psicoanalisi, si fondono a metafora di femminilità accogliente e ricettiva. A tutte le sue fasi, a cui la barca, per la sua forma concava, rinvia. Se la mente si centra sul movimento di fendere le acque, il significato si sposta sul viaggio, sulle condizioni della mente e dello spirito di chi naviga e sogna. Un’energia maschile si intuisce nella prua che avanza, nell'albero che svetta, nel muovere del vento. La barca della dimensione onirica porta a un traguardo che riguarda da vicino, in un percorso che riflette i sentieri dei giorni, delle emozioni, di ciò che accade, delle contraddizioni del percorso individuale.
La barca galleggia e procede in mare calmo, il procedere umano ugualmente avanza verso i traguardi ed i desideri che spesso sostengono. Va dritta spinta dal vento. In questo caso si coglie la forza del pensiero o della volontà. Ma anche le questioni ineludibili. La barca è in balia delle onde. Riflette pertanto l'attitudine a lasciarsi vivere. Ma anche la capacità di controllo, come pure ciò che colpisce e ferisce.
La barca presenta (Glossario termini marinari - tratto dai manuali del Centro Servizi AssoPesca Molfetta) la poppa alla banchina. Si arriva a ciò che si aspira. Oppure naufraga miseramente, sicchè i desideri traccheggiano. Saremo depressi perché si subisce sconfitta. Spesso si resta anche soli.

Il ponte Bailey è un tipo di ponte costituito di elementi modulari, in genere di legno non pregiato. Prende nome dal suo ideatore, ingegnere britannico Donald Bailey. Prodotto strategicamente nel corso della II guerra mondiale, a sostituire i ponti distrutti durante conflitto. Il modello ha varianti: il ponte può essere costruito su una o più campate. I suoi elementi possono essere anche utilizzati per costruzione di pile intermedie, a supporto di ponteggi temporanei.

16 luglio 2010

UNA PARATA O DIFESA E' GIA' UN ATTACCO

Torno alle lezioni di karate. Bel clima. Fuori si prepara tempesta perfetta. Arriverà di notte. La città per allora dormirà. Chi si allena sente l'umidità dell'aria. Si suda più intensamente, ma la temperatura si è abbassata piacevolmente. I corpi sudano freddo. Oggi lezione essenziale di kobudo. Il Kobudo di Okinawa usa varie armi tradizionali, per lo più di origine contadina. Nel dojo si studia il Kobudo di Okinawa appunto. Sono trascurati il Kobudo giapponese e il Kobudo delle scuole Ninja inteso come Arte antica del guerriero. Le armi utlizzate come detto sono numerose. Per ciò che concerne il Kobudo di Okinawa, oggi spesso s'incontra assimilato all'interno delle scuole tradizionali di jujutsu. E'insegnato l'utilizzo di attrezzi agricoli come armi. In realtà, una gran quantità di arti marziali utilizza armi. Non si tratta di innovazione. Spesso si tratta di tecniche poco conosciute. Si pensi ad esempio alla Escrima, conosciuta anche come Kali, antica arte di combattimento filippina. L'Occidente si balocca più volentieri con judo, aikido, kungfu o altre arti diffuse. Che siano di movimento o meditazione, non ha importanza. Le scuole europee non escono volentieri dal conosciuto, che è anche il più richiesto dal mercato della difesa personale o dello sciocco desiderio di passare cintura.
Le prime notizie dell'Escrima si hanno nell'epoca delle prime conquiste coloniali. Quei viaggi seguirono alle scoperte dei nuovi mondi attuate dai noti navigatori agli inizi del '500. Quando i conquistadores iberici approdarono nelle Filippine, trovarono ad accoglierli tribù agguerrite. Usavano armi tradizionali per difendersi. Ferdinando Magellano ad esempio, venne ucciso nella battaglia di Mactan del 1521 dal venerato capotribù Lapu-Lapu. Lo stesso Pigafetta ce ne fornisce notizia nel suo diario di bordo. Scrive come gli indigeni uccisero Magellano con lance e con specie di scimitarre. Li fecereo suppergiù a fette. Dopo la conquista, gli spagnoli vietarono l'utilizzo dell'arte marziale indigena. Rimase comunque occultata diabolicamente nelle danze e nei rituali popolari. Gli spagnoli volevano sostituirla con scherma spagnola. Cocciutaggine tipicamente iberica. Evidentemente non ce l'hanno fatta. Sicché il kali nella sua versione moderna è giunto fino a noi. Anche se con chiara infuenza spagnola che non si è potuta evitare. Il Kali-Arnis-Escrima non si è evoluto in senso sportivo come altre arti marziali. In particolare, si pensi alle tecniche giapponesi e cinesi. Ha mantenenuto invece una certa impronta bellicista dovuta alla sua origine. La particolarità dell'Escrima è che l'allievo principiante comincia lo studio dell'arte marziale imparando ad usare le armi da subito. Solo in seguito si passa al combattimento a mani nude applicando le tecniche e le tattiche di combattimento apprese con le armi. Il più di altre arti marziali cominciano invece sviluppando il combattimento a mani nude; prima di passare, là dove siano utilizzate, alle armi. Secondo i sensei filippini avere la disponibilità di un'arma, pone in vantaggio durante un combattimento. Inoltre, è da considerare che utilizzare un'arma focalizza l'attenzione e velocizza i movimenti. Si apprendono movimenti che si dimostrano utili anche nello scontro disarmato ed vitali in caso si fronteggiasse a mano nuda un avversario armato. Non ci si riesce a difendere da certe armi, come un coltello, se non si conosce a propria volta come usarle. Se non si ha un'arma a disposizione, il corpo stesso deve diventare un'arma. In questo senso una parata diventa, agita, una prima forma d'attacco.
L'arma più diffusa per cominciare l'apprendimento dell'Escrima è il bastone in rattan. Nella lingua autoctona è chiamato olisi, baton, o con altri termini ancora. A seconda dello stile. Lungo quanto il braccio dell'allievo, varia dai 45 ai 70 cm. Altri bastoni usati per l'allenamento è possibile siano realizzati con legni più resistenti e duri del rattan. Sono usate anche aste d'alluminio o costruite con plastiche molto resistenti. Si comincia con l'imparare il combattimento con due armi, che possono essere due bastoni, due coltelli o un bastone e un coltello. Altre armi tradizionali possono essere il bastone lungo, il bastone da pugno il pocket stick, la lancia, lo scudo, la frusta e il nunchaku. Queste si aggiungono alle classiche armi da taglio filippine di medie dimensioni simili a quelle malesi: bolo, kampilan, barong, kriss. Quest'ultimo è descritto da Salgari ne I misteri della giungla nera. Anche ne I pirati della Malesia, mi pare che se ne parli. C'era di mezzo la setta dei Thugs della tigre dell'India.

bolo - specie di machete
kampilan - arma da taglio con lama assottigliata verso l'impugnatura
barong - arma da taglio con lama a foglia leggermente curvata all'interno
kriss - arma da taglio con lama serpeggiante. Esiste anche di dimensioni inferiori.

Non so come questo post risulta ripetuto. Spero non offenda. Lascio. In realtà c'è piccola variante. Soccorro il distratto lettore. La faccenda del guru si trova là e non qua. Presenti altre trascurabili variabili. Cercatele.

6 luglio 2010

IL CORPO NECESSARIO

Assumono pose inesplose o sparpagliate nelle aule. Si frangono nei corridoi nei radi momenti di libertà fittizia. Inutili onde di mare chiuso. Li vedi passare, mano nella mano, le braccia avvinghiate alla vita o alle spalle del compagno. Così miseri e disperati. La testa non sostiene quasi mai un corpo centrato su un sè che resta instabile. L'equilibrio dei corpi degli allievi è sempre precario, in bilico tra la terra e il cielo. Così è e non ci si pensa. C'è chi non ha la percezione della propria fisicità nello spazio, se non come rinvio dato dagli altri. Un compagno, il padre, l'amico. Sei grasso, sei bella, troppo alta, troppo basso. Così si definiscono gli adolescenti che ho in addestramento. E ci credono. Non vivono la provvisoria precarietà dell'involucro che li definisce. Non sanno e non vogliono sapere che cambieranno. Vivono un tempo assoluto e inattaccabile. Si sentono onnipotenti, a partire dal corpo. Nessuno vive il proprio fisico come fosse un tempio. Come dovrebbe essere considerato. Un luogo che va curato, custodito e protetto contro il mondo e i suoi inevitabili attacchi. Si illudono che sia reale la lusinga dei simulacri digitali: Internet, cellulari, videogiochi. Non capiscono che se non c'è la fisicità, il corpo appunto, tutto resta frammentato e ingannevole. Sfugge ai più il senso del corpo, come segno vivo di anima e carne. Molti filosofi a ragionarci ci hanno perso la testa. Il cinquantenne si finge adolescente e adesca giovani donne su chat per teenager. Quando la ragazza capisce in genere è troppo tardi. In quei luoghi, in ogni caso la comunicazione vera è inesistente, proprio per l'assenza del corpo. Si ha comunicazione reale solo ed esclusivamente se c'è la presenza in un hic et nunc, che solo la necessità del corpo può esprimere. Corpi come katane, inesorabili e spietate. Uniche, ognuna nel suo genere. Non c'è spada da samurai uguale ad un'altra. La loro particolarità non sta solo nella forgiatura artigianale, ma anche nell'uso che ne viene fatto. Difendersi, aggredire, giocare, colpire o altro; fa la differenza. Ognuno il suo stile, la sua inappellabile necessità. A volte, nel buio i colpi sono inaspettatamente più precisi, attenti a seguire uno sguardo interiore che difficilmente sbaglia.
E poi il corpo spirituale, etereo, che comunque necessita di quello fisico per esprimersi al meglio. Emana energie sottili, spesso incontrollate e incontrollabili, segrete. Molti le posseggono e non lo sanno. Non vengono utilizzate nè considerate risorsa. Ma è sempre il corpo che parla il suo particolarissimo linguaggio. Siamo noi che non lo vogliamo sentire. Ancora meno ascoltare.

21 giugno 2010

NAM MYO RENGE KYO

Nam-myoho-renge-kyo è il ritmo che regola e comprende la vita dell’universo, secondo gli insegnamenti del Budda. Traduzione letterale: “Dedico la mia vita alla mistica Legge del Sutra del Loto”. Myoho-renge-kyo è la traduzione in cinese antico del titolo del Sutra del Loto, il più alto insegnamento del Budda Shakyamuni.
La parola NAM fu aggiunta in seguito da Nichiren Daishonin (1222-1282) ed è la contrazione di namu che significa onore, lode, devozione. Pù precisamente ha due significati: il primo è quello di legare, armonizzare la propria vita con la legge dell’universo, l’altro è quello di attingere l’energia e la saggezza per orientarsi nelle difficoltà della vita quotidiana.
E' interessante notare che namu è sanscrito e origina dallo stesso ceppo linguistico di tutte le lingue indoeuropee e quindi occidentali, mentre Myoho-renge-kyo è cinese antico da cui traggono origine le lingue orientali. Esprime l’universalità della Legge, che è valida per chiunque appartenga al genere umano.
Per quanto riguarda myo e' semplicemente la misteriosa natura della nostra vita di momento in momento, che la mente non può comprendere e le parole non possono esprimere. Se guardi nella tua mente in qualsiasi istante, non puoi percepire né un colore né una forma per verificarne l’esistenza. Tuttavia non puoi neanche dire che non esista poiché pensieri differenti l’attraversano di continuo. La vita è veramente una realtà inafferrabile che trascende sia le parole che i concetti dell'esistenza e della non esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e tuttavia ha le caratteristiche di ambedue. E' la mistica entità della Via di Mezzo che è la natura di tutte le cose. Myo è il nome dato alla misteriosa natura della vita e ho alle sue manifestazioni.
Ho (letteralmente Dharma o Legge) indica tutte le manifestazioni perennemente mutevoli della vita che non sono mai separate dalla realtà fondamentale. Sta a significare che la Legge mistica (cioè la natura illuminata del Budda) si esprime nella realtà della vita quotidiana e che l' Illuminazione del Budda, l’energia vitale cosmica, è sempre presente nello stato di latenza in noi stessi, negli altri e in tutto ciò che ci circonda. Recitando Nam-myo-ho-renge-kyo (daimoku) è possibile risvegliare questa energia.
Nichiren Daishonin spiega: «Myo significa morte e ho vita». Ogni cosa nasce e muore, passa dall’esistenza alla non-esistenza, ma la sua entità rimane invariata e non può definirsi né esistenza né non-esistenza in un ciclo infinito. Dal punto di vista del Buddismo la morte è un temporaneo ritirarsi nello stato di latenza necessario per ricaricarsi dall’energia utile a tornare in vita.
Renge (il fiore di loto) simboleggia appunto la Buddità che emerge dalla vita dei comuni mortali immersi nelle sofferenze e nelle illusioni. Questo fiore, simbolo di purezza, sboccia solo nell’acqua fangosa degli stagni. Lo stesso vale per gli esseri umani. Proprio grazie ai problemi e alle difficoltà è possibile far emergere la condizione del Budda dalla propria vita. Ma soprattutto renge rappresenta la simultaneità di causa ed effetto. Il loto infatti è l’unica pianta che produce fiore e frutto allo stesso tempo. Il Buddismo afferma che, a un livello più profondo, la causa e l’effetto sono simultanei. Partendo dalla continuità di passato, presente e futuro nel momento in cui si pone una causa (attraverso pensieri, parole e azioni) si produce immediatamente un effetto che si manifesterà senz'altro.
Kyo significa sutra. Poiché Shakyamuni impartì i suoi insegnamenti solo oralmente, alla parola kyo è stato attribuito talvolta il significato di suono. Inoltre l'ideogramma cinese che corrisponde a kyo originariamente significava l'ordito di un tessuto e, forse perché quest'immagine racchiude simbolicamente l'idea della continuità, kyo prese anche il significato di insegnamento che dev'essere preservato e tramandato alle generazioni future.
Occorre crederci. In altro modo, il tutto resta insensato.